Conflitto di interessi
|
L'indice, in ordine indicativamente alfabetico...
Dieta Progressiva (o Metodo Progressivo)
Buona lettura, in attesa dei vostri commenti a info@lucaspeciani.it. I più interessanti saranno presto riportati nella rubrica della posta di questo sito, o nella rassegna stampa appositamente predisposta.
Descrizione del metodo
Le diete antintolleranze non sono propriamente delle diete dimagranti, ma
impostano un regime alimentare che preveda in alcuni giorni della settimana
l’astensione da alcuni cibi a cui il paziente è risultato sensibile, in
un particolare test di laboratorio. Una volta identificati i gruppi di alimenti
a cui il paziente è intollerante (i più comuni in Italia sono frumento,
lievitati, sale, grassi vegetali, latticini), si imposta una settimana-tipo in
cui per esempio viene lasciata libertà al mercoledì e nel fine settimana,
mentre negli altri giorni (lun/mar/gio/ven) viene vietata l’assunzione dei
cibi incriminati. Lo scopo della dieta (detta “di rotazione”) è quello di
ripristinare le capacità dell’organismo di gestire correttamente l’alimento
o gli alimenti a cui si è sensibilizzato.
Lavori clinici rivelano come, pur non essendo le diete
antintolleranza specificamente mirate al calo di peso, in realtà più di ¾ dei
pazienti che vi si sottopongono mostrano poi un calo ponderale più o meno
consistente. La riduzione dello stato infiammatorio complessivo
dell’organismo, insomma, aiuta a liberarsi con più facilità del grasso in
eccesso.
Vantaggi
Senza dubbio offrire dei giorni settimanali di “respiro” ad un
organismo che presenta tutti i sintomi da “intossicazione” da prodotti
lievitati, è una buona politica, e porta con sé, solitamente, l’attenuarsi
di molti sintomi di tipo allergico usualmente non correlati al cibo in oggetto.
La ricerca di una capacità da parte dell’organismo di reimparare a
gestire il cibo “pericoloso” è l’obiettivo unico di questo tipo di
dieta, al pari di uno svezzamento infantile.
Svantaggi
Un’errata applicazione dei metodi terapeutici può creare problemi. Chi
applica l’eliminazione incondizionata di alcuni cibi dalla propria
dieta, può poi avere una risposta imprevedibile quando casualmente rientri in
contatto col cibo per tanto tempo evitato. La dieta di rotazione è il modo più
semplice ed efficace per ripristinare le funzionalità perdute. Quando
l’intolleranza coinvolge troppi cibi è bene trovare delle vie alternative
desensibilizzanti, altrimenti la varietà degli alimenti permessi diventa troppo
ridotta e può diventare base per nuove reazioni di intolleranza.
Descrizione del metodo
La dieta ABS è una recente dieta americana lanciata nel 2004 dal
direttore di Men’s Health David Zinczenko. ABS sta per “abdominals”
ovvero per muscoli addominali, secondo la (azzardata) teoria che se si hanno
addominali forti e tonici il dimagrimento è assicurato. La dieta prevede
l’utilizzo di una lista di cibi bruciagrassi, le cui iniziali formano “ABS
DIET POWER”, comprendenti anche il burro di noccioline e le polveri proteiche.
Si suggerisce di limitare l’alcol così come la quantità di carboidrati
durante i sei pasti giornalieri prescritti, ma soprattutto si richiedono sei
settimane di intenso lavoro dei muscoli addominali, alla fine delle quali
l’autore promette l’appiattimento dello stomaco e il mantenimento della
magrezza per la vita intera.
Vantaggi
Indubbiamente l’esercizio fisico e la riduzione dei carboidrati
nell’alimentazione quotidiana possono aiutare il processo di dimagrimento. E
addominali tonici e forti non
possono che fare bene a chi – attraverso il duro allenamento – se li
conquisti. Un aumento metabolico, da qualunque parte provenga, aiuta a consumare
il grasso in eccesso. Da lì a collegare automaticamente l’addominale forte
con un dimagrimento stabile e duraturo, ce ne passa.
Svantaggi
L’ennesimo libro messo giù in forma giornalisticamente molto
accattivante da chi del giornalismo (ma non della medicina) fa il suo mestiere.
Il mito dell’uomo macho e muscoloso è duro a morire, soprattutto per chi si
occupa di salute e bellezza “al maschile”. Ma illudere persone con 20 kg di
sovrappeso che sia possibile dimagrire in sei settimane facendo i normali
esercizi di palestra, e mangiando burro d’arachidi, ci sembra poco corretto.
Descrizione del metodo
La dieta Atkins nasce negli anni ’70 negli USA grazie al medico Robert
C. Atkins, con il best seller "Dr Atkins' Diet Revolution". La dieta
Atkins si basa sul concetto di creare nell'organismo condizioni favorevoli alla
mobilizzazione dei grassi. Queste condizioni vengono realizzate attraverso
l'impulso alla produzione di un ormone, il "Fat Mobilizing Hormone"
ipofisario, secondo l’autore responsabile dello “sdoganamento” dai
depositi dei grassi stessi.
Poiché la produzione di quest'ormone è inversamente proporzionale alla
presenza di carboidrati in circolo, la dieta ha come scopo primario quello di
evitare assolutamente l'assunzione di carboidrati, vietando completamente
pasta, riso, pane, biscotti, frutta e dolci. In pratica si mangia carne,
pesce, uova e verdura cotta per un mese. Mese nel quale – a detta
dell’autore – si perderanno 10-11 kg.
Vantaggi
Non sembrano esservene. Un regime così totalmente squilibrato non può
essere consigliato neppure a chi debba perdere un numero elevato di kg in breve
tempo per motivi chirurgici o diversi.
Svantaggi
Numerosissimi. Prima di tutto l’assunzione di un regime a così alto
titolo in proteine è fortemente squilibrante. L’energia necessaria
all’organismo viene prodotta a costo di continue transaminazioni degli
aminoacidi con conseguente appesantimento funzionale di fegato e reni, deposito
di urati ed autointossicazione. La mobilizzazione dei grassi inoltre genera
chetosi con conseguente acidificazione delle urine. Il dubbio legato alla
perdita di peso (che indubbiamente si verifica nel primo periodo) è il
seguente: si perde peso per la mobilizzazione dei grassi o per l’autointossicazione
da residui metabolici azotati? La recente morte dell’autore, poco più che
sessantenne, in situazione di grave sovrappeso, fa propendere per la seconda
ipotesi.
Descrizione del metodo
La dieta bruciagrassi è un insieme di regole, talvolta anche slegate tra
loro, per stimolare il metabolismo a mobilizzare i depositi adiposi, contro la
tendenza naturale a conservarli. La dieta è stata elaborata da un medico
inglese, Caroline M. Shreeve, che afferma di averla mutuata da una cura in auge
presso l’ospedale di Perth in Australia. I menu settimanali vengono studiati
in modo da avere le seguenti caratteristiche: grandi quantità di cibi sazianti
(verdure crude o cotte), sfruttamento dell’effetto termogenico delle proteine,
utilizzo di cibi a “potere calorico negativo” (sedano, cavolino di
Bruxelles, il cui “costo metabolico digestivo” supera l’apporto calorico),
scelta di cibi a basso indice glicemico, uso di acidi grassi omega 3 e in genere
insaturi, scelta di alimenti ricchi di cromo e iodio, nonché di acido
idrossicitrico (pompelmo, garcinia) come inibitore della lipogenesi.
Vantaggi
Le raccomandazioni della Shreeve sono senza dubbio condivisibili.
Chiunque cambi le sue abitudini alimentari inserendo gradualmente quelle
suggerite, avrà un miglioramento complessivo non solo del suo sovrappeso
(talvolta) ma soprattutto della sua salute generale.
Svantaggi
Privilegiando solo cibi bruciagrassi si può andare a scapito di
un’alimentazione equilibrata sotto altri versi. Una dieta completa non può
tenere conto solo di un aspetto degli alimenti (la loro supposta attitudine alla
mobilizzazione dei depositi) ma anche della percentuale di nutrienti, della
distribuzione dei pasti nella giornata, dell’attività fisica (che resta,
in fondo, il più potente “bruciagrassi” per il nostro organismo).
E, a colazione, dimentichiamoci la margarina.
Descrizione del metodo
Le cosiddette diete “dissociate” si basano fondamentalmente sulla
salvaguardia della digeribilità dei cibi in funzione del loro abbinamento
nel piatto. Capostipite di tutta questa famiglia è stato l’americano Shelton,
nel secolo scorso, con le sue complicate tabelle di combinazione degli alimenti,
consigliate o sconsigliate sulla base di una presunta incompatibilità
enzimatica. Il testimone è stato raccolto, dal punto di vista commerciale, da
Judith Mazel negli anni ’70 con la sua “dieta di Beverly Hills” in
cui le teorizzazioni di Shelton venivano promosse a sistema alimentare.
Per dimagrire si deve dunque, secondo la Mazel, alimentarsi in alcuni giorni con sole proteine (vietati i carboidrati), e in altri con soli carboidrati (vietate le proteine). Altri giorni (di pulizia) vengono invece dedicati alla sola frutta: tanti più quanto più rapidamente si vuole dimagrire. Alcuni alimenti vengono arbitrariamente spostati di “settore” proprio in funzione delle loro necessità enzimatiche. I fautori delle diete dissociate evidentemente ignorano il fatto che una grandissima quantità di alimenti (noci, legumi, cereali integrali, pasta, pane, latte) mescolano già, naturalmente, proteine e carboidrati.
Vantaggi
Si dimagrisce temporaneamente, con la dieta Mazel, per un paio di buoni
motivi. Nel giorno di sole proteine la scelta è talmente limitata che dopo un
po’ non si mangia più nulla. E nei giorni di sola frutta, è chiaro che
l’apporto calorico resta limitato. In fase dimagrante, poi, la dieta prevede
l’utilizzo di un solo tipo di proteine e un solo tipo di carboidrati. Così
che la nausea da monocibo arriva presto, e il trucco è bell’e che scoperto.
Svantaggi
Numerosissimi. Nel giorno di sole proteine l’organismo si trova a
ricavare tutta la sua energia dagli aminoacidi, con produzione di residui
azotati che vanno ad intossicare fegato e reni. Nel giorno di soli carboidrati
vi è invece un continuo scatenamento di picchi insulinici, con relativo rapido
ingrassamento, abbinato a effetti infiammatori. I pochi kg di acqua e muscolo
persi grazie alle giornate di sola frutta vengono ben presto recuperati, non
appena si torna ad un regime più normale e meno nefro ed epatotossico.
Descrizione del metodo
La dieta fibre è nata nei primi anni ’80 negli USA grazie
all’omonimo libro scritto da Audrey Eyton. Questo metodo non si occupa di
troppe cose, ma concentra il suo interesse principalmente sul consumo di fibra
nell’alimentazione quotidiana. Scopo delle ricette riportate nel testo è
quello di portare gradualmente a 35-50 g al giorno l’assunzione di fibra,
raddoppiando le quantità medie consumate nel mondo occidentale, adeguandosi così
alle richieste del nostro apparato digerente, che si è formato un milione di
anni fa in funzione di quel tipo di apporti (forse anche più cospicui).
Vantaggi
Come tutti i metodi che si basano su considerazioni evolutive, non
sbaglia.
L’ assunzione di quantità ragionevoli di fibra ha effetti estremamente
positivi sulla funzionalità del nostro apparato digerente. Previene in modo
documentato il cancro al colon e la diverticolosi, e
- attraverso un involontario controllo dell’innalzamento glicemico
legato al rallentamento dell’assorbimento degli zuccheri – può
ridurre le complicazioni del diabete e delle malattie coronariche. La
defecazione è facilitata, e i cibi non restano a fermentare o a putrefarsi a
lungo nell’intestino. I cibi diventano più sazianti, per l’effetto di
“riempimento” gastrico, e per la capacità della fibra di idratarsi, così
che si mangia di meno e, indirettamente, si perde peso.
Svantaggi
L’autrice fissa delle regole, a fianco di quella delle fibre, che non
possono trovarci concordi. Viene fissato, per tutti indifferentemente, un
consumo quotidiano di calorie pari a 1000-1500. Ciò trasforma la dieta fibre
nell’ennesima dieta drasticamente ipocalorica, con tutti i difetti
connessi: perdita di tono, abbassamento metabolico, conservazione massa grassa.
E come in tutte le diete ipocaloriche i grassi sono criminalizzati, anche quelli
dotati di preziose qualità antinfiammatorie. Consumare fibre in elevata quantità
è un toccasana per tutti, ma tale pratica deve essere inserita in un regime
alimentare completo per poter esercitare i suoi salutari effetti. E’ inoltre
raccomandabile, per chi da anni sia abituato a cibi impoveriti di fibra (pasta e
pane bianco, cibi animali, cibi stracotti), riabituarsi gradualmente per non
creare, nemmeno temporaneamente, indesiderate difficoltà digestive.
Descrizione del metodo
L’acronimo significa Gradualità Individualità Flessibilità Tono,
e rispecchia alcuni punti chiave del metodo. GIFT è un regime alimentare che
non conta le calorie, e consente di mangiare in modo variato, completo ed
equilibrato, ripristinando lentamente ma stabilmente il peso ideale attraverso
una riduzione della massa grassa in eccesso. I tre cardini della dieta sono il
mantenimento della calma insulinica (attraverso una riduzione dei carboidrati ad
alto indice glicemico), l’attivazione del metabolismo per attivare il consumo
dei grassi, e infine la scelta di cibi sani e non alterati dall’industria come
base per la propria salute. DietaGIFT consta di dieci
regole pratiche che vanno dalla lunga masticazione al movimento fisico, dalla
distribuzione dei pasti (colazione ricca e cena povera) al rifiuto dei cibi
spazzatura, dall’abbinamento proteine/carboidrati alla totale libertà nel
consumo di frutta e verdura, dall’utilizzo di buone quote di fibra fino alla
ricerca di un buon equilibrio psicofisico.
Vantaggi
DietaGIFT è un regime alimentare assolutamente equilibrato, che attraverso l’attivazione
del metabolismo (distribuzione dei pasti, aumento del carico proteico,
movimento fisico), porta a consumare gli accumuli di massa grassa, impedendo
(con la calma insulinica e l’uso abbinato di proteine e carboidrati) che si
riformino. Ogni kg perso è un kg di grasso in meno che grava sul nostro
organismo. Le sensazioni di benessere sono percepibili fin dalle prime settimane
di regime (pantaloni che non “tirano”, sgonfiamento ventrale ecc.). La
perdita di peso è lenta – seppur inesorabile – ma una volta iniziato il
processo, si dimagrisce fino a ritrovare un nuovo equilibrio e un nuovo
benessere. E quel che più conta, lo si fa mangiando con soddisfazione
un’ampia varietà di cibi.
Svantaggi
Se vogliamo vederne uno, quello della lentezza nel dimagrimento. Tuttavia
la via “lenta” è senza alcun dubbio quella più raccomandabile per
preservare la salute anche durante una dieta impegnativa. Il corpo ha bisogno di
adattarsi con gradualità alla nuova situazione..
Descrizione del metodo
Un naturopata americano, Peter D'Adamo, durante le sue ricerche sui
gruppi sanguigni (0, A, B, AB), ha ipotizzato che gli alimenti potessero
scatenare nell'organismo reazioni diverse a seconda del gruppo di appartenenza.
La sua dieta, dunque, prevede una nutrizione differenziata in funzione del
gruppo sanguigno. D’Adamo divide la popolazione in 4 gruppi. Il gruppo 0 è
quello originario, dei cacciatori/nomadi la cui alimentazione dovrà essere
prevalentemente carnea e priva di cereali. Il gruppo A è invece quello dei
primi agricoltori, quindi con aumento dell’apporto in cereali e verdure. Il
gruppo B, di origine orientale, richiede invece un’alimentazione più ricca di
latticini e di pesce, mentre il gruppo AB, più recente, è una via di mezzo tra
i due precedenti e presenta grande adattabilità. Su questa base, secondo
l’autore, andrebbero studiati i fabbisogni nutrizionali.
Vantaggi
Se l’ipotesi fosse vera, forse ve ne sarebbe qualcuno, ma l’ipotesi
è falsa. L’unico lato positivo può essere quello di spostare un po’ di
interesse verso la nostra evoluzione, solitamente dimenticata o trascurata. Chi
conosce un minimo di biologia sa che durante la meiosi i cromosomi si separano
in modo assolutamente casuale. Dunque il cromosoma che porta (per esempio) il
gruppo A, può trovarsi abbinato a cromosomi che caratterizzano l’apparato
digerente dell’individuo in una qualsiasi delle modalità possibili al mondo.
Ipotizzare dunque che le esigenze nutrizionali di un individuo con sangue che
porta anticorpi del gruppo A, siano identiche a tutti i suoi emo-consimili è
patentemente campata in aria..
Svantaggi
Indubbiamente il privarsi di alcune categorie di cibi, senza che ve ne
sia alcuna necessità. Nessuno morirà di dieta dei gruppi sanguigni,
sicuramente, ma è certo che con gli “oroscopi” non si costruisce una
corretta coscienza alimentare.
Descrizione del metodo
La dieta prende il nome dalla
dottoressa svizzera di origine russa che la elaborò nei primi decenni del
Novecento. Catherine Kousmine considera gli errori alimentari e la progressiva
assunzione di sostanze tossiche e inquinanti presenti nell'ambiente una delle
principali cause di malattie, favorite da un insufficiente apporto di verdura e
frutta fresca e da un abuso di carne e grassi animali. Inoltre ritiene
indispensabile mantenere il grado di acidità del sangue, il pH, entro certi
limiti. Per questo scopo considera necessaria un'alimentazione ricca di cereali
integrali e cibi crudi (come frutta e verdure), altamente alcalinizzanti,
riducendo carni e grassi animali che hanno invece, secondo l’autrice, proprietà
acidificanti. I quattro pilastri del metodo sono dunque: alimentazione
equilibrata, controllo dell’acidità, igiene intestinale (che ottiene anche
attraverso periodici enteroclismi) e integrazione vitaminica, evidentemente con
un approccio più rivolto alla salute complessiva che al semplice dimagrimento.
Vantaggi
Notevoli. Una dieta ricca in cereali integrali, fibra, frutta e verdura
fresca può prevenire molte patologie. Le raccomandazioni di masticazione, e la
distribuzione dei pasti con colazione “da re” (budwig) sono altamente
condivisibili.
Svantaggi
Un’alimentazione sana e completa, come quella proposta dalla Kousmine
non dovrebbe generare né squilibri acido/base a livello ematico, né tantomeno
accumulo di sostanze fermentanti (zuccheri) o putrefattive (proteine)
all’interno del tubo digerente. Ci sembra fuori luogo dunque la
raccomandazione – all’interno del metodo – di enteroclismi, forse più
legati ad una concezione di “pulizia” di inizio secolo, che ad una reale
esigenza. Altrettanto fuori luogo (se non rischiosa) ci sembra l’assunzione di
citrati per ristabilire la corretta acidità. Una leggera integrazione
vitaminica può essere accettabile. Un po’ meno, forse, il tentativo di
“correggere” con interventi esterni le solide dinamiche di riequilibrio
naturale, presenti nel nostro organismo.
Descrizione del metodo
La dieta macrobiotica è stata creata dal filosofo giapponese George
Ohsawa, e ha conosciuto una certa fama negli anni ’60 negli USA, mantenendo
comunque, per tutto il resto del secolo, alti livelli di popolarità. La
macrobiotica si basa fondamentalmente sull’aspetto yin-yang (gli opposti che
si completano) dei vari cibi. I principi di Ohsawa mescolano in modo creativo
credenze religiose e indicazioni alimentari. Vengono definiti 7 menu diversi,
partendo dal facile fino al più difficile. Quello più facile prevede il 100%
di alimentazione con cereali. E già sobbalziamo. Via via vengono introdotte
piccole quantità di legumi, fino a un massimo del 30%. Ma un 10% di minestre
entra nel menu solo dal menu 3 in giù. Tutti i cibi vengono fritti, secondo una
discutibile tradizione orientale. E, incredibilmente, viene prescritta
l’astinenza dal bere. Si deve bere il meno possibile, perché l’acqua è yin!
Secondo l’autore, con questo sistema, non c’è malattia che non possa essere
vinta in soli 10 giorni (motivazione: perché il ricambio del nostro sangue è
del 10% al giorno..).
Vantaggi
L’incredibile e ingiustificato successo che ha avuto la macrobiotica
negli anni è stato indubbiamente legato ad alcune prescrizioni di cui il mondo
occidentale aveva (ed ha) molto bisogno. In particolare: il rifiuto dei cibi
industriali raffinati (zucchero, alimenti colorati o raffinati, cibi
conservati), il rifiuto di cibi trattati con concimi chimici o con insetticidi,
il rifiuto di cibi provenienti da paesi lontani o fuori stagione, la
raccomandazione per una corretta masticazione. E’ grazie alla lettura di
queste indicazioni del tutto ragionevoli, che “macrobiotico” è diventato
sinonimo di “naturale” e salutare. Evidentemente da parte di chi non ha
letto con attenzione (o con competenza medica) gli scritti di Oshawa.
Svantaggi
Incommensurabili. Un’alimentazione di soli cereali, ancorché
integrali, è causa delle patologie più varie. Carenze aminoacidiche multiple,
carenze proteiche generali, incapacità riproduttiva, sbalzi insulinici e via
elencando. Se l’alimentazione invece viene arricchita da verdure cotte e
fritte, le cose possono solo peggiorare, con gravi danni epatici. Per completare
il quadro, la prescrizione del “non bere” provocherà complicazioni renali
gravi, riduzione dell’escrezione delle tossine, accumulo di urati e tossicosi
di vario genere. Una dieta assolutamente pericolosa e da evitare.
Descrizione del metodo
La dieta Mayr è stata definita dal medico austriaco Franz Mayr nei primi
anni del ventesimo secolo, ed è stata impostata con lo scopo di curare e
prevenire stitichezza e altri problemi intestinali. La salute complessiva
dell’individuo è letta da Mayr come una derivata della correttezza del
processo digestivo. La strada percorsa passa dunque per una attentissima
masticazione dei cibi assunti, e per una scelta quasi maniacale di cibi
digeribilissimi e leggeri, fino a che l’apparato digerente non si sia rimesso
completamente (poco latte inzuppato nel pane, quantità minime di cibo). Inoltre
individua – con largo anticipo sul resto del mondo - nelle fermentazioni serali e notturne uno dei volani negativi
della salute (prodotti di fermentazione interna, cattiva qualità del sonno),
tanto da ridurre grandemente l’entità del pasto serale, addirittura
eliminandolo negli ultimi anni di pratica ospedaliera.
Vantaggi
Individuare nella cattiva digestione una delle principali cause di tutte
le malattie è un’illuminazione che merita il nostro interesse. L’importanza
di una corretta e lunga masticazione è ancora oggi incredibilmente
sottovalutata. Così come la pratica del pasto serale leggero e digeribile, per
ottenere un sonno profondo e ristoratore, in grado di prevenire moltissime
patologie. Cent’anni dopo questi dati hanno trovato conferma scientifica
attraverso lo studio delle onde del sonno o la comprensione dei meccanismi
neurotrasmettitoriale legati alla masticazione.
Svantaggi
Sposata la teoria, sull’applicazione può esservi qualche dubbio. Oggi
la scienza insegna che l’apparato digerente, una volta disintossicato e
“fatto respirare”, ha bisogno senza alcun dubbio di essere “tenuto in
allenamento” attraverso l’assunzione di molta fibra solubile e insolubile,
che stimoli il movimento delle pareti intestinali, faccia secernere un numero
adeguato di succhi gastrici e mantenga efficiente il processo. Le cure di Mayr
erano più adatte a individui ospedalizzati con lunghe storie disfunzionali alle
spalle. Chi non è troppo lontano dalla salute ha certo maggior vantaggio, dopo
un primo periodo di pulizia, a utilizzare cibi completi e ricchi di acqua e
fibra.
Se l’apparato digerente non impara a lavorare, il costo della prevenzione dei fastidiosi sintomi diventa la cronicizzazione di un’alimentazione “da malati”.
Descrizione del metodo
Negli ultimi 20 anni il crescente numero degli obesi nell’America del
Nord ha fatto ricercare nel mondo aree “felici” dove le malattie
“dell’abbondanza” colpiscono con meno intensità. Tra queste, hanno
colpito la fantasia il Sud Est asiatico, dove il consumo di pesce e di soia è
molto elevato, e l’area mediterranea, per il suo elevato consumo di frutta e
verdura fresca, e di oli di oliva. Fin qui, tutto corretto. In Italia, però, si
è cavalcata l’onda della dieta “mediterranea” identificandola (invece
che con la frutta, la verdura, l’aglio e gli oli crudi) con la pasta e
il pane, il cui esagerato consumo è invece altrettanto pericoloso del consumo
di grassi saturi, di carni e di cibi conservati.
Il vero problema delle cento diete “mediterranee” di cui si sente parlare in giro (dieta “Italiana”, dieta “del mediterraneo” ecc.) è che nessuna è in accordo con l’altra, ovvero quando si parla di dieta mediterranea in generale, un vero metodo definito con precisione non esiste.
Vantaggi
La dieta mediterranea, in una qualsiasi delle sue cento varianti,
predilige a grandi linee il consumo di buone quantità di frutta e verdura
fresca. Favorisce inoltre il consumo di olio di oliva extravergine
(le cui qualità antinfiammatorie e di protezione cardiovascolare sono note). In
generale viene suggerito un uso limitato di burro e di grassi in genere, così
come delle carni, la cui presenza deve essere occasionale. Queste indicazioni
generali, seppur limitate, sono senza dubbio corrette. Tuttavia nulla viene
detto sul possibile effetto di carico glicemico legato ai farinacei (pane,
pasta, dolci), così che sorge il dubbio sul come questa dieta possa essere
considerata tale.
Svantaggi
Come sopra accennato, la più o meno completa libertà nell’assunzione
di carboidrati come pane e pasta, senza alcuna indicazione relativamente
all’uso di farine integrali (invece dominanti nella abitudine alimentare del
passato), comporta un carico glicemico per singolo pasto che spesso è
veramente eccessivo.
Tale alimentazione apre le porte all’azione dell’insulina con i noti
effetti collaterali di ingrassamento indesiderato e di fame compulsiva da
ipoglicemia reattiva. D’altra parte, se i ricercatori USA hanno voluto
lanciare questa moda pensando a qualche villaggio sperduto di pescatori greci,
ben diverso sarebbe stato il loro colpo d’occhio ad un raduno di cinquantenni
di una qualsiasi città del Sud dell’Italia. A dimostrazione del fatto che la
“variante italiana” della dieta mediterranea, tra le cento, non è certo
quella da seguire.
Descrizione del metodo
Lo studio dei diversi “tipi metabolici” ai fini del dimagrimento è
stato analizzato negli anni ’50 dal biochimico americano George Watson, che
definì le caratteristiche degli individui con metabolismo lento (ipoossidatori),
veloce (iperossidatori) o normale. In Italia ha recentemente ripreso i suoi
studi, integrandoli, il Dr. Marcello Mandatori, che ha impostato un regime
dietetico mirato a questi tre tipi metabolici. Chi ha metabolismo lento, secondo
l’autore, dovrà preferire cereali non integrali (?) e legumi a cena, ed
escludere verdure ricche di purine (asparagi, spinaci, cavolfiori). Chi ce
l’ha veloce deve invece mangiare cereali integrali, insaccati, selvaggina,
formaggi stagionati, margarina, verdure ricche di purine. Il neutro è una via
di mezzo, e deve quindi seguire i consigli del lento in primavera-estate e del
veloce in autunno-inverno. Per stabilire l’appartenenza all’uno o
all’altro tipo occorre rispondere a un piccolo test o effettuare un test di
sensibilità agli odori.
Vantaggi
Uno studio dei pazienti di tipo individualizzato, con una certa
attenzione alle caratteristiche metaboliche, è certo auspicabile da parte di
ogni dietologo. Certo sarebbe più completo un esame individuale che tenesse
conto delle caratteristiche ormonali (tiroidee, ipofisarie, delle gonadi), ma
anche enzimatiche e biochimiche, non certo riducibili a tre (in realtà due)
tipi limite.
Svantaggi
Come detto sopra, una divisione del “mondo” in due categorie rischia
di essere fortemente riduttiva, togliendoci armi terapeutiche, invece di
darcene. Inoltre appare del tutto arbitraria, la scelta dei cibi da dare
all’uno o all’altro tipo metabolico (molto discutibile la scelta di cibi
raffinati e di margarine). Non si tiene conto, infatti, che un’accelerazione
metabolica è senza dubbio salutare per la maggior parte dei pazienti (Mandatori
infatti afferma che i “lenti” sono il 65% del totale), e che tale
accelerazione può essere raggiunta senza grandi difficoltà con una diversa
distribuzione dei pasti (colazione ricca) e attraverso il movimento fisico. Non
è certo con colazioni a calorie zero, come quelle suggerite ai metabolizzatori
lenti dall’autore, che il metabolismo si risveglierà.
Descrizione del metodo
Le diete cosiddette “monocibo” vanno di gran moda nelle riviste
femminili, e promettono solitamente rapidi dimagrimenti pre-estivi in pochi
giorni o poche settimane, anche a chi non abbia alcuna competenza o cultura di
tipo alimentare, data la facilissima applicazione. Il principio è semplice: si
può mangiare illimitatamente, fino a sazietà, ma di un solo cibo (di solito
scelto tra quelli che vantano proprietà dimagranti). Esiste così la dieta del
pompelmo, quella dell’ananas, quella dell’uva, quella dello yogurt, quella
del minestrone e così via. Il concetto è di una semplicità disarmante: quanto
ne vuoi, purché solo di quello. Varianti meno moleste prevedono una categoria
di cibi invece che un solo cibo (latte/latticini, solo frutta ecc.).
Vantaggi
Se una dieta di sola frutta dura due giorni (o due giorni alla settimana)
può rappresentare un salutare momento di disintossicazione rispetto ad una
quotidianità alimentarmene scorretta. Chi segua un regime già equilibrato non
ha alcun bisogno di questo genere di “punizioni”. Il temporaneo calo di peso
è legato al meccanismo naturale (e salutare) di rifiuto e di autodifesa nei
confronti di alcune sostanze presenti nel cibo prescelto (qualunque sia) che
arrivano a livelli tossici per il nostro organismo. Spontaneamente “non se ne
può più” e si mangia poco, trasformando così la dieta i una qualsiasi dieta
ipocalorica (ma squilibratissima).
Svantaggi
Infiniti. Nutrirsi per un’intera settimana, o talvolta anche più, con
un solo tipo di alimento, genera risposte organiche di intolleranza verso
l’alimento stesso, che potranno poi trascinarsi per anni con
sintomatologie subdole o di difficile riconoscimento. Inoltre un solo alimento,
per quanto sano, non fornisce mai un ventaglio di nutrienti idoneo a soddisfare
completamente le esigenze del nostro organismo. Una dieta monocibo, dunque,
genera in noi carenze nutritive più o meno gravi, con le quali faremo
presto i conti. L’assenza (frequente) di proteine e di grassi in questi regimi
“da rivista”, favorisce poi spesso l’innalzamento della glicemia, con
generazione di picchi insulinici e relativo ingrassamento. Se poi si prosegue
fino alla fase ipocalorica (quando del cibo assunto non se ne può davvero più)
si subiscono anche gli indesiderati effetti di un rallentamento metabolico. Solo
chi non abbia a cuore la propria salute può convincersi a seguire un regime così
squilibrato.
Metodo Montignac
Vantaggi
Molti pensano al metodo Montignac affiancandolo al concetto di “indice
glicemico”. Come detto sopra, in realtà la sua “risultante glicemica” è
frutto di un calcolo molto più complesso e di difficile applicazione, ma il
metodo ha riattivato l’interesse su questo importante valore indispensabile
per chiunque lavori in campo dietologico. Nell’immaginario collettivo il
metodo consente alla gente di mangiare cioccolato (amaro) e di bere champagne,
aspettandosi di continuare a dimagrire. E forse questo aspetto ha stimolato il
suo successo. Per il resto l’unico lato positivo è l’attenzione verso un
miglior controllo dei picchi insulinici attraverso cibi a basso indice
glicemico. Montignac ne parla come se fosse una scoperta sua (e infatti alcuni
sprovveduti riportano questa sciocchezza), quando l’indice glicemico è stato
introdotto da Jenkins e colleghi a livello di studio clinico fin dal 1981.
Svantaggi
Ciò che più colpisce nel metodo Montignac è l’assoluta
improvvisazione scientifica. Decine di termini sono usati scorrettamente
(speriamo che sia anche colpa del traduttore..) e speriamo che il suo prossimo
libro (pubblicato da Tecniche Nuove) sappia mitigare e armonizzare questo
aspetto: nei suoi libri si parla di polipoli (un tipo di zuccheri?), di acido
aspertico, di aspartane, di polipenoli, di Alzhaimer, di cubetti di formaggio
che “fermano il piloro”, di lieviti
ricchi di cromi, di litogenesi, di lipolise, di acidi grassi “astrogeni”
(?), di grassi che vengono “pompati” nel glicogeno muscolare…(per gli
inesperti: sono veri strafalcioni scientifici!)
e qui ci fermiamo. Montignac commette infine un errore nel dire che
l’equilibrio tra nutrienti deve essere calcolato “nella giornata”. Dopo
lunghe pagine di discussioni sulla calma insulinica, è insensato supporre che
l’insulina decida se intervenire o meno prima di andare a dormire: i nostri
cromosomi non sanno cosa succederà alla sera quando mangiano al mattino! E’ inoltre
manifestamente errata la sua considerazione sul fatto che Homo erectus
vivesse di “prodotti agricoli”: un’affermazione che farebbe rabbrividire
qualunque studioso (anche principiante) di evoluzione umana. I prodotti agricoli
nascono col neolitico, 8-10.000 anni fa mentre Homo
erectus gironzolava
sulla terra da almeno 800.000 anni!
In definitiva: molte indicazioni “alla moda”, pescate qua e là, partendo
dal concetto di indice glicemico ma con scarse motivazioni scientifiche. Se i
suoi libri hanno venduto milioni di copie, c’è veramente tanto, tanto ancora
da fare.
Descrizione del metodo
La dieta ovvia è un parto editoriale. Il suo inventore è il noto agente
letterario londinese Ed Victor, noto per essere secondo in Inghilterra
nell’elenco dei “più invitati” ospiti alle cene di gala locali. Il nome
probabilmente nasce dalla ovvietà dei consigli forniti: ciascuno sa quali cibi
fanno ingrassare e quali no, la gente osserva le regole che si crea da sé,
bisogna adottare ciò che più ci piace di ogni diverso programma dietetico,
tracciate la vostra piramide alimentare personale, ciò che comprate deve avere
sapore, bevete almeno sei bicchieri di acqua al giorno, mangiate tanta frutta e
verdura, si perde peso solo assumendo meno calorie di quante se ne consumino,
non mischiate proteine e carboidrati nello stesso pasto… e via ovviando e
asportando perle di “saggezza” da mille diete diverse. Un metodo non-metodo,
insomma, che non aveva certo bisogno di essere stampato in tante copie. Certo è
che se sull’argomento decide di scrivere il più importante agente letterario
londinese, tutti in ascolto! Il prossimo? Sui coleotteri, o sulle abitudini
sessuali dei calciatori?
Vantaggi
Ovviamente nessuno. Se a qualcuno piacesse aderire al principio di usare
tanti carboidrati e pochi grassi, unendolo (come suggerisce l’autore) a quello
di un’altra dieta che suggerisce l’opposto (tante proteine e grassi ma zero
carboidrati) potrebbe mangiare tanto di tutto! Se poi ingrassa, mandi pure il
conto del dietologo a Ed Victor. In compenso leggendo il libro si impara come
dire no gentilmente ad una coppa di champagne ad un ricevimento, o a buttar via
la pizzetta senza dare nell’occhio.
Svantaggi
Numerosi ed imprevedibili. Non maggiori, comunque rispetto a quelli di
chi non segua alcun regime alimentare. Come in tutti i libri di diete privi di
basi scientifiche, tuttavia, le leggerezze non si contano. Viene suggerito
l’utilizzo di pasti dissociati (o solo proteine o solo carboidrati: in
quest’ultimo caso con un dannoso effetto sulla secrezione di insulina), e
quando parla di intolleranze, Victor suggerisce l’astensione completa dal cibo
incriminato per un lungo periodo: pratica pericolosa e in grado di provocare
anche shock anafilattici. La domanda è: vi fareste cavare un dente dal vostro
gommista? Se cercate una dieta andate da un dietologo, e non da un agente
letterario.
Descrizione del metodo
A metà del secolo scorso Nathan Pritikin cercava un sistema per
migliorare la sua situazione cardiovascolare parzialmente compromessa.
Insoddisfatto dalle risposte dei medici decise di fare da solo, inventando il
“programma Pritikin”. Da un punto di vista nutrizionale la dieta Pritikin è
prevalentemente vegetariana, e incoraggia il consumo di considerevoli
quantità di carboidrati complessi quali pane, pasta e riso integrali, frutta e
verdura. Sono invece esclusi dalla dieta alimenti d'origine animale quali carne,
pesce, uova e formaggi grassi. Anche il sale e i condimenti di qualsiasi genere
sono vietati. Quella che ne deriva è una dieta molto ricca in carboidrati,
moderatamente povera in proteine (specie quelle animali) ed estremamente povera
di grassi.
Anche l’esercizio fisico (45’ di camminata al giorno) contribuisce alla buona riuscita del programma, così come praticato nei “Pritikin Longevity Centers”.
Vantaggi
Unire attività fisica al consumo di cibi vegetali freschi è senza alcun
dubbio un’ottima strada da percorrere per chi abbia problemi di tipo
cardiovascolare.
Svantaggi
Il rifiuto del consumo non solo di carni, ma anche di qualsiasi proteina
di origine animale, come nelle diete vegane strette, comporta gravi problemi
nutrizionali. In particolare l’utilizzo di pasti a base di soli carboidrati può
innalzare la glicemia in modo sconveniente, richiedendo l’uso massiccio di
insulina per contrastarla. Inoltre la carenza di proteine animali (oltre alle
quantità troppo basse di ferro-eme indispensabile per l’emoglobina) può
portare ad una inefficiente attività enzimatica, recettoriale o di anabolismo
muscolare, con tutti i problemi annessi e connessi. Pritikin teorizzò il
non-consumo dei grassi, seguito negli USA per decenni con risultati disastrosi
quando alla riduzione dei grassi si accompagnava (come ovvio) un aumento della
quota di carboidrati giornaliera. Per fortuna, a 50 anni di distanza, si sta
facendo marcia indietro. Meglio tardi che mai.
Descrizione del metodo
La dieta progressiva (o “metodo progressivo”) è stata sviluppata in
anni recenti dal medico siciliano Michele D’Antoni, che ha cercato una
soluzione al continuo fallimento delle diete ipocaloriche. Poiché abbassando il
numero di calorie assunte da un paziente, inevitabilmente si ha – assieme ad
un primo dimagrimento – un forte rallentamento metabolico a cui seguiva un
successivo ingrassamento, l’autore ha cercato una via per ovviare a questo
problema. La soluzione proposta riduce con gradualità le calorie assunte da chi
deve dimagrire, passando gradualmente (ad esempio) da 2000 kcal fino a 800
kcal/giorno, finché si ottiene un dimagrimento. Poi, raggiunto il peso ideale,
si deve risalire con altrettanta gradualità, a 1000, poi 1200 e così via fino
alle 200 kcal originarie. In questo modo – dice l’autore – non si avrà
recupero di peso indesiderato. Nella composizione dei menu viene in ogni caso
scelta la (discutibile) via della forte riduzione dei grassi a favore di un
maggiore apporto di carboidrati, come nella fallimentare campagna USA degli anni
’80. In ogni caso, l’autore promette – in copertina – la perdita di 15
kg in due soli mesi.
Vantaggi
L’attenzione all’aspetto metabolico del dimagrimento è un fatto
positivo, spesso colpevolmente trascurato da molti dietologi che – dopo avere
fatto perdere ai propri pazienti solo acqua e massa magra, lasciandoli con ritmi
metabolici drasticamente rallentati – si dimenticano di
graduare il ritorno alla normalità, provocando un reingrassamento
veloce, tristemente noto come effetto “yo-yo”. Una dieta ipocalorica, anche
se graduata, comporta comunque sempre un effetto più o meno lungo di stasi
metabolica, con tutte le conseguenze negative sulle risposte naturali
dell’organismo.
Svantaggi
Il più grave è quello del forte calo metabolico (quando si tratta con
800 kcal un organismo che ne richiederebbe 2000). A un calo di quella portata
corrisponde un rallentamento di tutte le funzioni immunitarie, della
detossificazione, delle attività epatiche e renali, dell’attività della
milza nel controllo delle cellule difettose. Un rischio che certo non vale la
pena di correre quando con diete bilanciate è possibile perdere peso (forse più
lentamente) in modo del tutto naturale. Con una dieta ipocalorica il peso si
perde sempre per eliminazione prevalente di liquidi e di massa magra. Non appena
la dieta si interrompe, il corpo ripristina in toto la situazione precedente.
Talvolta con gli interessi.
Descrizione del metodo
La dieta-punti è stata inventata da un dietologo italiano (il Dr. Guido
Razzoli) alla fine degli anni ’70, e si basa sul principio di associare ai
diversi alimenti un particolare punteggio. Ogni giorno si ha a disposizione un
determinato numero di punti (da 40 a 60), ed è compito della persona a dieta
fare in modo di non superare il tetto massimo concesso. L’assegnazione del
punteggio, tuttavia, non è in relazione con il semplice contenuto calorico dei
cibi, quanto piuttosto con il contenuto in carboidrati e con la facilità di
assimilazione dei carboidrati stessi. Per fare un esempio, la maggior parte
delle carni ha valore 0 o 1, i grassi (olio o burro) hanno anch’essi valore 0
o 1, mentre 25 g di cracker valgono 18 punti e 50 g di cioccolato al latte ben
27 punti. Questo significa che, per poter mangiare qualcosa, è necessaria una
forte riduzione del consumo di qualunque carboidrato, frutta e verdura comprese.
In questo sta il trucco (geniale) del metodo, ma anche la sua debolezza.
Vantaggi
Il vantaggio maggiore è la possibilità di controllare la propria
alimentazione senza contare le calorie. Il calcolo dei punti però non è sempre
così facile, sia quando si faccia uso di piatti pronti (sughi, specialità) sia
quando si preparino in casa ricette varie. Indubbiamente la dieta-punti
costringe colui che sta a dieta a rinunciare alla maggior parte dei carboidrati
(con ottenimento di una relativa calma insulinica), grazie al punteggio
assegnato con grande cura ai vari cibi. Talvolta senza nemmeno accorgersene.
Svantaggi
Il difetto più grande di questo metodo ci sembra l’eccessiva
assunzione di proteine come fonte alimentare. Eliminando tutti o quasi i
carboidrati dalla dieta, l’organismo trarrà la sua energia dalle proteine
stesse, impegnando fegato e reni in una continuo processo di eliminazione
dell’azoto.
Inoltre il metodo non presta alcuna apparente attenzione alla qualità dei cibi utilizzati, mettendo alla pari insaccati, carne in scatola, conserve, con cibi freschi, ed assegnando valori molto penalizzanti a frutta e verdura. Il suo suggerimento è di fare uso di edulcoranti artificiali in sostituzione dello zucchero, e di margarina in sostituzione dei grassi saturi. Consigli che non ci sentiamo in alcun modo di condividere.
Descrizione del metodo
La dieta Scarsdale è stata inventata dal cardiologo americano Herman
Tarnover negli anni ‘70, e promette la perdita di 10 kg in sole due settimane,
il che già dovrebbe dirla lunga sulla sua pericolosità. Si tratta di un regime
ipocalorico e iperproteico, che prevede una fortissima riduzione
dell’apporto di carboidrati (la quantità di proteine arriva addirittura al
43% del totale dei nutrienti assunti), e un’eliminazione quasi totale dei
grassi aggiunti.
La prima fase dura due settimane (di più non potrebbe durare senza compromettere la salute di chi la segue): si assumono solo 1000 kcal distribuite tra proteine (43%), grassi (22,5%) e carboidrati (34,5%). Inoltre grandi quantità di tè, caffè (senza zucchero) e acqua devono essere assunti durante la giornata. La seconda fase (mantenimento) può avere durata variabile in base alle proprie esigenze e prevede la scelta degli alimenti in base a diversi criteri: è caratterizzata comunque dallo scarso apporto di zuccheri. Sono vietati, infatti, dolci, amidi, legumi (tranne la soia), latticini, carni e condimenti grassi. I 14 giorni di “inferno” devono essere ripresi quando si constata di essere cresciuti di altri 2 kg, e ciò fa capire come una dieta squilibrante non porti mai a risultati stabili e duraturi.
Vantaggi
E’ una dieta fortemente squilibrante, che può essere indicata solo per
correggere situazioni gravi di pazienti in attesa di intervento chirurgico, in
forte sovrappeso (e infatti è nata per questo scopo). Che sia usata
correntemente da molte persone per “tamponare” mangiate esagerate o periodi
di festa in cui si è ecceduto con il cibo, è assolutamente inaccettabile.
Svantaggi
E' una dieta fortemente ipocalorica e iperproteica. Ciò significa che
l’organismo abbassa in modo grave il suo metabolismo, con rallentamento di
tutte le sue funzioni vitali. L’effetto però è mentalmente compensato
dall’attività antifame e termogenetica di una così elevata quantità di
proteine assunta. Fegato e reni devono sottoporsi ad un superlavoro
inaccettabile, e se i 14 giorni di dieta rigida vengono ripetuti troppo spesso,
possono anche instaurarsi danni permanenti, uricemia e altri sintomi da
autointossicazione alimentare. Se a tutto questo si aggiungono le carenze
nutritive in termini di carboidrati, sali, vitamine e fibre, si capisce perché
nessun medico dotato di buon senso possa a cuor leggero consigliare questo tipo
di dieta.
Descrizione del metodo
La dieta di South Beach è stata elaborata in anni recenti dal cardiologo
americano Arthur Agatston, noto per le sue ricerche nel campo della
calcificazione coronarica. La dieta ha avuto una certa diffusione in USA nel
’99 grazie ad un programma televisivo di una TV di Miami, che seguì nel tempo
i progressi di alcuni volontari sottoposti alla dieta.
La dieta si divide in due fasi. La prima, della durata di 15 gg, promette un
calo di 4-6 kg. In questa fase vengono drasticamente proibiti tutti i
carboidrati, da qualunque fonte provengano. Ciò significa che vengono vietati
non solo pane, pasta, riso e legumi, ma anche frutta e verdura freschi o cotti.
Nella fase due, invece, i carboidrati vengono gradualmente reintrodotti, con una
certa attenzione nel privilegiare quelli a più basso indice glicemico.
Vantaggi
La dieta orienta, come molte ormai, al consumo di cibi a basso indice
glicemico, intervenendo sui meccanismi di ingrassamento legati all’eccesso di
produzione di insulina. Al di là di questo, tuttavia, non sembra dare molte
altre indicazioni su elementi collaterali importanti (quantità di fibra,
salubrità del cibo, uso di margarina, conservanti/edulcoranti ecc.). L’autore
confessa di fare uso di “ben poche medicine”. Ogni giorno solo un’aspirina
e una statina… (sic!).
Svantaggi
Numerosi sono gli svantaggi dal punto di vista della salute. In primo
luogo (se fosse vero) la perdita di 6 kg in due settimane è un valore molto
elevato, che può mettere a rischio la salute di chi la segua. Più importante
ancora, però, è il divieto assoluto per 15 giorni dell’assunzione di
carboidrati di qualunque tipo. Il metabolismo di chi segua rigorosamente la
dieta, infatti, viene ad essere così completamente alterato, e il corpo si
trova ad usare aminoacidi come fonte energetica, con gravi rischi di
intossicazione renale e di innalzamento dei valori transaminasici per liberarsi
dei residui azotati prodotti. Per non parlare delle gravi carenze vitaminiche e
di fibra che possono essere indotte in chi rifiuti frutta e verdura per 15
giorni consecutivi! Per essere una dieta studiata da un noto cardiologo, forse
ci si poteva aspettare qualcosa di più.
D’altra parte, che l’intento fosse più commerciale che scientifico, lo si poteva dedurre dalla grande scritta “pancia piatta da subito” che campeggia sulla copertina dell’edizione italiana del libro.
Descrizione del metodo
La dieta vegetariana assume molte varianti a seconda di come viene
interpretata e applicata. Le motivazioni di fondo sono di tipo etico, e tendono
ad escludere dall’alimentazione quotidiana tutti i cibi che richiedano
l’uccisione di un animale. La variante vegana esclude dalla dieta anche tutti
i cibi di provenienza animale, ovvero anche latte, uova, formaggi, miele.
Tuttavia ci sono vegetariani o vegani che accettano di consumare il pesce. Altri
che accettano prosciutto ed affettati, con una certa confusione che fa pensare
che talvolta la scelta possa avere altre motivazioni diverse da quella etica
(dal semplice non gradimento del cibo animale, fino a turbe comportamentali di
tipo anoressico). Il confine, infatti, tra animale e vegetale è spesso incerto.
I lieviti sono vivi? Li si uccide? Il pane e la birra sono dunque prodotti
animali? E i protozoi?
Vantaggi
Senza dubbio limitare il consumo di carni rosse e dei grassi saturi ad
esse correlati è salutare in un mondo occidentale che spesso abusa di questo
consumo. Ricerche cliniche hanno correlato l’abuso di carni rosse con
l’insorgere di malattie cardiovascolari e recentemente con vari tipi di
tumore. Se questi siano però legati alla carne in sé, o piuttosto ai grassi
saturi, ai prodotti di cottura o agli anabolizzanti aggiunti da allevatori
disonesti (o esteri, dove ciò è consentito), non è dato sapere. Inoltre,
togliendo le carni, di solito sale il consumo di frutta, verdura e legumi con
aumento nella dieta di vitamine, acqua, fibra. Ciò però è legato alle
abitudini alimentari più o meno sane di ciascuno, e non è specificamente
prescritto dal regime vegetariano.
Svantaggi
Chi si nutre anche di latte, formaggi, uova, e lo fa nelle quantità
corrette, non ha alcun problema nutrizionale nel fare a meno delle carni.
Tuttavia la limitazione nella scelta spesso fa sì che la quantità di proteine
assunta sia troppo bassa rispetto ai fabbisogni. Un eccesso di carboidrati nella
dieta (soprattutto se ad alto indice glicemico come pane, pasta, patate) può
portare a sovrappeso e a svariate complicazioni. Un po’ più grave può invece
essere la carenza di ferro in forma eme, che si trova solo nelle carni, insieme
a svariati fattori di crescita e vitaminici (vit. B12, fattore intrinseco,
carnosina) di cui il vegetariano è spesso in difetto, e che richiedono
correzioni farmacologiche nel lungo periodo.
Descrizione del metodo
La dieta volumetrica è stata definita recentemente negli USA da Barbara
Rolls e Robert Barnett con la collaborazione dell’Eating lab della
Pennsylvania, ma è stata poi ripresa da altri autori in Italia e altrove con
variazioni minime. Il concetto di fondo delle diete volumetriche è la capacità
saziante di un cibo rispetto all’altro. A parità di calorie, un cibo sazia e
l’altro lascia inalterata la fame. Un piatto di minestrone di verdure contiene
tante calorie quanto un pezzettino di torta alla crema, ma il primo sazierà
l’appetito, il secondo no. Stesso rapporto tra una bella macedonia e un pezzo
di cioccolato. Secondo gli autori per dimagrire occorre comunque controllare le
calorie e fare del movimento. Ma se le calorie si controllano con cibi poco
sazianti, si resta affamati e ci si deprime. Se lo si fa con cibi ricchi
naturalmente di acqua e fibra (frutta, verdura, latticini) la fame passa.
Vantaggi
La dieta volumetrica spinge a consumare con abbondanza frutta, verdura,
legumi, minestroni, e insomma tutti i cibi con basso indice glicemico e alto
potere saziante. In questo modo chi si sottopone alla dieta può solo avere
vantaggi da un regime alimentare che elimina i cibi più dannosi dal punto di
vista dell’innalzamento glicemico, e aggiunge fibra alla nostra alimentazione.
Svantaggi
Come tutte le diete che insistono su un solo aspetto
dell’alimentazione, chi segua una dieta volumetrica seguirà prevalentemente
quel tipo di indicazione trascurandone altre, altrettanto importanti. Per
esempio se il pasto comprendesse solo carboidrati (es. minestrone con pane e
verdure cotte) potrebbe innalzarsi la glicemia richiamando insulina. Altrettanto
potrebbe dirsi di un pasto solo proteico, seppur con cibi ad alto potere
saziante. L’assunzione di proteine in eccesso potrebbe affaticare fegato e
reni. L’attenzione alla volumetria dei cibi e al loro potere saziante può
invece essere un ottimo ingrediente aggiuntivo ad una dieta più completa.
Descrizione del metodo
La dieta zona è stata lanciata da Barry Sears negli USA nel 1995, ed ha
riscosso negli anni successivi un notevole successo commerciale. Il metodo si
basa su un controllo degli equilibri ormonali dell’organismo attraverso le
scelte alimentari. In particolare sul controllo dei picchi insulinici attraverso
l’eliminazione dei cibi con indice glicemico troppo elevato (cioè in grado di
fare salire la glicemia rapidamente), e sul controllo degli aspetti infiammatori
generali attraverso un’integrazione con acidi grassi insaturi (omega 3 e omega
6). Alla base del metodo vi è l’indicazione quantitativa precisa di consumare
cinque pasti al giorno, mantenendo il rapporto tra le calorie apportate da
carboidrati, proteine e grassi nella percentuale del 40-30-30.
Questa la teoria. Nella pratica la dieta a zona è una
rigorosa dieta di tipo ipocalorico, che – pur nel rispetto dei criteri
suddetti e del 40-30-30 (che ha fatto dire scorrettamente ad alcuni che la dieta
zona è iperproteica) – fornisce, attraverso il sistema dei “blocchi” e
“blocchetti”, una quantità di calorie pari a circa la metà di quanto
raccomandato dall’OMS per persone di pari peso e altezza.
Vantaggi
La dieta è nata come strumento di prevenzione per persone gravemente
compromesse dal punto di vista cardiovascolare. L’incremento nel consumo di
frutta e verdura (e quindi di fibra) considerati tra i pochi carboidrati
“favorevoli”, abbinato alla drastica riduzione delle calorie ingerite (ma
con l’effetto fame parzialmente coperto dall’abbinamento
proteine-carboidrati e dall’abbattimento dei picchi insulinici) ha
effettivamente consentito ad alcune persone in grave sovrappeso di perdere molti
kg. Chi ha invece cercato di perdere peso partendo da una condizione più
normale (magari con solo un lieve sovrappeso, o svolgendo attività sportiva),
si è trovato in una situazione di insufficiente apporto calorico, con tutte le
conseguenze prevedibili. Il calo di peso, cioè, non ha corrisposto ad una
perdita di massa grassa, ma ha fatto perdere solo liquidi e massa magra, come
qualunque altra dieta ipocalorica.
Svantaggi
Come già accennato, l’imposizione di una drastica dieta ipocalorica (i
volantini distribuiti in farmacia parlano di 11 “blocchi” per una donna
sedentaria alta 165 cm. Poiché ogni blocco è di 91 kcal, significa che quella
donna deve vivere con 1000 kcal/giorno), comporta un immediato rallentamento
metabolico. Il dimagrimento che si ottiene, quindi, non è mai ottenuto a spese
del grasso corporeo, quanto piuttosto a spese dei tessuti muscolari e dei
liquidi. Cosicché ad un primo promettente inizio, segue una fase di catabolismo
muscolare e di stanchezza, seguita abbastanza presto dal recupero dei kg persi,
come in qualsiasi altra rigida dieta ipocalorica.
La dieta zona inoltre sconsiglia cibi del tutto sani come le uova o le carote con motivazioni molto discutibili.
Per fortuna di molti il metodo dei “blocchetti” è piuttosto noioso e dunque molte persone applicano una zona “addomesticata” in cui vengono rispettati i criteri qualitativi ma non quelli quantitativi, godendo così dei vantaggi del metodo senza patirne tutti gli svantaggi correlati.