Diete a confronto

Conflitto di interessi
L’elencazione di queste diete non è sempre e necessariamente obiettiva, ma risente delle nostre personali interpretazioni come autori di questa rassegna e nello stesso tempo coautori del libro “DietaGIFT” e ideatori dell’omonimo regime alimentare. In questo ravvisiamo un piccolo “conflitto di interessi” che vogliamo dunque dichiarare con franchezza ed onestà prima di farvi inoltrare nella lettura.

I commenti alle singole diete non sono particolarmente gentili, e in alcuni casi anche piuttosto duri, evidenziando magari più i difetti che i pregi di un certo regime. Tuttavia la grande confusione che regna oggi in campo dietologico, con migliaia di operatori diversi spesso privi dei titoli minimi per operare, richiede a nostro giudizio un occhio un po’ più critico e, forse,  un po’ di “pulizia”.

Ci assumiamo naturalmente la responsabilità di quanto affermato, e invitiamo chiunque all’approfondimento sugli argomenti trattati, scrivendoci attraverso il sito www.eurosalus.com per qualsiasi chiarimento o precisazione. E’ nostro scopo aprire un dibattito sulle diete “commerciali” che poggi su solide basi scientifiche, e non su credenze, superstizioni o sull’ingenua affermazione “su di me ha funzionato..”. E’ su queste basi che vi invitiamo ad una attenta lettura di quanto scritto, con l’augurio che le informazioni (necessariamente sintetiche) qui riportate, possano in ogni caso essere fonte di serena riflessione.

Dr. Attilio Speciani – sma@enter.it
Dr. Luca Speciani – info@lucaspeciani.it

 

L'indice, in ordine indicativamente alfabetico...

Dieta ABS

Dieta Antintolleranze

Dieta Atkins

Dieta Bruciagrassi

Dieta dissociata

Dieta fibre

Dieta GIFT

Dieta dei gruppi sanguigni

Dieta Kousmine

Dieta Macrobiotica

Dieta Mayr

Dieta Mediterranea

Dieta Metabolica

Dieta Monocibo

Metodo Montignac

Dieta Ovvia

Dieta Pritikin

Dieta Progressiva (o Metodo Progressivo)

Dieta Punti

Dieta Scarsdale

Dieta South Beach

Dieta Vegetariana 

Dieta Volumetrica 

Dieta a Zona 

 

Buona lettura, in attesa dei vostri commenti a info@lucaspeciani.it. I più interessanti saranno presto riportati nella rubrica della posta di questo sito, o nella rassegna stampa appositamente predisposta.

 

Dieta Antintolleranze

Descrizione del metodo
Le diete antintolleranze non sono propriamente delle diete dimagranti, ma impostano un regime alimentare che preveda in alcuni giorni della settimana l’astensione da alcuni cibi a cui il paziente è risultato sensibile, in un particolare test di laboratorio. Una volta identificati i gruppi di alimenti a cui il paziente è intollerante (i più comuni in Italia sono frumento, lievitati, sale, grassi vegetali, latticini), si imposta una settimana-tipo in cui per esempio viene lasciata libertà al mercoledì e nel fine settimana, mentre negli altri giorni (lun/mar/gio/ven) viene vietata l’assunzione dei cibi incriminati. Lo scopo della dieta (detta “di rotazione”) è quello di ripristinare le capacità dell’organismo di gestire correttamente l’alimento o gli alimenti a cui si è sensibilizzato.

Lavori clinici rivelano come, pur non essendo le diete antintolleranza specificamente mirate al calo di peso, in realtà più di ¾ dei pazienti che vi si sottopongono mostrano poi un calo ponderale più o meno consistente. La riduzione dello stato infiammatorio complessivo dell’organismo, insomma, aiuta a liberarsi con più facilità del grasso in eccesso. 

Vantaggi
Senza dubbio offrire dei giorni settimanali di “respiro” ad un organismo che presenta tutti i sintomi da “intossicazione” da prodotti lievitati, è una buona politica, e porta con sé, solitamente, l’attenuarsi di molti sintomi di tipo allergico usualmente non correlati al cibo in oggetto.  La ricerca di una capacità da parte dell’organismo di reimparare a gestire il cibo “pericoloso” è l’obiettivo unico di questo tipo di dieta, al pari di uno svezzamento infantile.

Svantaggi
Un’errata applicazione dei metodi terapeutici può creare problemi. Chi applica l’eliminazione incondizionata di alcuni cibi dalla propria dieta, può poi avere una risposta imprevedibile quando casualmente rientri in contatto col cibo per tanto tempo evitato. La dieta di rotazione è il modo più semplice ed efficace per ripristinare le funzionalità perdute. Quando l’intolleranza coinvolge troppi cibi è bene trovare delle vie alternative desensibilizzanti, altrimenti la varietà degli alimenti permessi diventa troppo ridotta e può diventare base per nuove reazioni di intolleranza.

Dieta ABS

Descrizione del metodo
La dieta ABS è una recente dieta americana lanciata nel 2004 dal direttore di Men’s Health David Zinczenko. ABS sta per “abdominals” ovvero per muscoli addominali, secondo la (azzardata) teoria che se si hanno addominali forti e tonici il dimagrimento è assicurato. La dieta prevede l’utilizzo di una lista di cibi bruciagrassi, le cui iniziali formano “ABS DIET POWER”, comprendenti anche il burro di noccioline e le polveri proteiche. Si suggerisce di limitare l’alcol così come la quantità di carboidrati durante i sei pasti giornalieri prescritti, ma soprattutto si richiedono sei settimane di intenso lavoro dei muscoli addominali, alla fine delle quali l’autore promette l’appiattimento dello stomaco e il mantenimento della magrezza per la vita intera.

Vantaggi
Indubbiamente l’esercizio fisico e la riduzione dei carboidrati nell’alimentazione quotidiana possono aiutare il processo di dimagrimento. E addominali tonici e forti  non possono che fare bene a chi – attraverso il duro allenamento – se li conquisti. Un aumento metabolico, da qualunque parte provenga, aiuta a consumare il grasso in eccesso. Da lì a collegare automaticamente l’addominale forte con un dimagrimento stabile e duraturo, ce ne passa.

Svantaggi
L’ennesimo libro messo giù in forma giornalisticamente molto accattivante da chi del giornalismo (ma non della medicina) fa il suo mestiere. Il mito dell’uomo macho e muscoloso è duro a morire, soprattutto per chi si occupa di salute e bellezza “al maschile”. Ma illudere persone con 20 kg di sovrappeso che sia possibile dimagrire in sei settimane facendo i normali esercizi di palestra, e mangiando burro d’arachidi, ci sembra poco corretto.

Dieta Atkins

Descrizione del metodo
La dieta Atkins nasce negli anni ’70 negli USA grazie al medico Robert C. Atkins, con il best seller "Dr Atkins' Diet Revolution". La dieta Atkins si basa sul concetto di creare nell'organismo condizioni favorevoli alla mobilizzazione dei grassi. Queste condizioni vengono realizzate attraverso l'impulso alla produzione di un ormone, il "Fat Mobilizing Hormone" ipofisario, secondo l’autore responsabile dello “sdoganamento” dai depositi dei grassi stessi.
Poiché la produzione di quest'ormone è inversamente proporzionale alla presenza di carboidrati in circolo, la dieta ha come scopo primario quello di evitare assolutamente l'assunzione di carboidrati, vietando completamente pasta, riso, pane, biscotti, frutta e dolci. In pratica si mangia carne, pesce, uova e verdura cotta per un mese. Mese nel quale – a detta dell’autore – si perderanno 10-11 kg. 

Vantaggi
Non sembrano esservene. Un regime così totalmente squilibrato non può essere consigliato neppure a chi debba perdere un numero elevato di kg in breve tempo per motivi chirurgici o diversi.

Svantaggi
Numerosissimi. Prima di tutto l’assunzione di un regime a così alto titolo in proteine è fortemente squilibrante. L’energia necessaria all’organismo viene prodotta a costo di continue transaminazioni degli aminoacidi con conseguente appesantimento funzionale di fegato e reni, deposito di urati ed autointossicazione. La mobilizzazione dei grassi inoltre genera chetosi con conseguente acidificazione delle urine. Il dubbio legato alla perdita di peso (che indubbiamente si verifica nel primo periodo) è il seguente: si perde peso per la mobilizzazione dei grassi o per l’autointossicazione da residui metabolici azotati? La recente morte dell’autore, poco più che sessantenne, in situazione di grave sovrappeso, fa propendere per la seconda ipotesi.

Dieta Bruciagrassi

Descrizione del metodo
La dieta bruciagrassi è un insieme di regole, talvolta anche slegate tra loro, per stimolare il metabolismo a mobilizzare i depositi adiposi, contro la tendenza naturale a conservarli. La dieta è stata elaborata da un medico inglese, Caroline M. Shreeve, che afferma di averla mutuata da una cura in auge presso l’ospedale di Perth in Australia. I menu settimanali vengono studiati in modo da avere le seguenti caratteristiche: grandi quantità di cibi sazianti (verdure crude o cotte), sfruttamento dell’effetto termogenico delle proteine, utilizzo di cibi a “potere calorico negativo” (sedano, cavolino di Bruxelles, il cui “costo metabolico digestivo” supera l’apporto calorico), scelta di cibi a basso indice glicemico, uso di acidi grassi omega 3 e in genere insaturi, scelta di alimenti ricchi di cromo e iodio, nonché di acido idrossicitrico (pompelmo, garcinia) come inibitore della lipogenesi.

 Vantaggi
Le raccomandazioni della Shreeve sono senza dubbio condivisibili. Chiunque cambi le sue abitudini alimentari inserendo gradualmente quelle suggerite, avrà un miglioramento complessivo non solo del suo sovrappeso (talvolta) ma soprattutto della sua salute generale.

Svantaggi
Privilegiando solo cibi bruciagrassi si può andare a scapito di un’alimentazione equilibrata sotto altri versi. Una dieta completa non può tenere conto solo di un aspetto degli alimenti (la loro supposta attitudine alla mobilizzazione dei depositi) ma anche della percentuale di nutrienti, della distribuzione dei pasti nella giornata, dell’attività fisica (che resta, in fondo, il più potente “bruciagrassi” per il nostro organismo).  E, a colazione, dimentichiamoci la margarina.

 

Dieta dissociata (Mazel)

 Descrizione del metodo
Le cosiddette diete “dissociate” si basano fondamentalmente sulla salvaguardia della digeribilità dei cibi in funzione del loro abbinamento nel piatto. Capostipite di tutta questa famiglia è stato l’americano Shelton, nel secolo scorso, con le sue complicate tabelle di combinazione degli alimenti, consigliate o sconsigliate sulla base di una presunta incompatibilità enzimatica. Il testimone è stato raccolto, dal punto di vista commerciale, da Judith Mazel negli anni ’70 con la sua “dieta di Beverly Hills” in cui le teorizzazioni di Shelton venivano promosse a sistema alimentare.

Per dimagrire si deve dunque, secondo la Mazel, alimentarsi in alcuni giorni con sole proteine (vietati i carboidrati), e in altri con soli carboidrati (vietate le proteine). Altri giorni (di pulizia) vengono invece dedicati alla sola frutta: tanti più quanto più rapidamente si vuole dimagrire. Alcuni alimenti vengono arbitrariamente spostati di “settore” proprio in funzione delle loro necessità enzimatiche. I fautori delle diete dissociate evidentemente ignorano il fatto che una grandissima quantità di alimenti (noci, legumi, cereali integrali, pasta, pane, latte) mescolano già, naturalmente, proteine e carboidrati.

Vantaggi
Si dimagrisce temporaneamente, con la dieta Mazel, per un paio di buoni motivi. Nel giorno di sole proteine la scelta è talmente limitata che dopo un po’ non si mangia più nulla. E nei giorni di sola frutta, è chiaro che l’apporto calorico resta limitato. In fase dimagrante, poi, la dieta prevede l’utilizzo di un solo tipo di proteine e un solo tipo di carboidrati. Così che la nausea da monocibo arriva presto, e il trucco è bell’e che scoperto. 

Svantaggi
Numerosissimi. Nel giorno di sole proteine l’organismo si trova a ricavare tutta la sua energia dagli aminoacidi, con produzione di residui azotati che vanno ad intossicare fegato e reni. Nel giorno di soli carboidrati vi è invece un continuo scatenamento di picchi insulinici, con relativo rapido ingrassamento, abbinato a effetti infiammatori. I pochi kg di acqua e muscolo persi grazie alle giornate di sola frutta vengono ben presto recuperati, non appena si torna ad un regime più normale e meno nefro ed epatotossico.

 

Dieta fibre

Descrizione del metodo
La dieta fibre è nata nei primi anni ’80 negli USA grazie all’omonimo libro scritto da Audrey Eyton. Questo metodo non si occupa di troppe cose, ma concentra il suo interesse principalmente sul consumo di fibra nell’alimentazione quotidiana. Scopo delle ricette riportate nel testo è quello di portare gradualmente a 35-50 g al giorno l’assunzione di fibra, raddoppiando le quantità medie consumate nel mondo occidentale, adeguandosi così alle richieste del nostro apparato digerente, che si è formato un milione di anni fa in funzione di quel tipo di apporti (forse anche più cospicui).

Vantaggi
Come tutti i metodi che si basano su considerazioni evolutive, non sbaglia.
L’ assunzione di quantità ragionevoli di fibra ha effetti estremamente positivi sulla funzionalità del nostro apparato digerente. Previene in modo documentato il cancro al colon e la diverticolosi, e  - attraverso un involontario controllo dell’innalzamento glicemico legato al rallentamento dell’assorbimento degli zuccheri – può ridurre le complicazioni del diabete e delle malattie coronariche. La defecazione è facilitata, e i cibi non restano a fermentare o a putrefarsi a lungo nell’intestino. I cibi diventano più sazianti, per l’effetto di “riempimento” gastrico, e per la capacità della fibra di idratarsi, così che si mangia di meno e, indirettamente, si perde peso. 

Svantaggi
L’autrice fissa delle regole, a fianco di quella delle fibre, che non possono trovarci concordi. Viene fissato, per tutti indifferentemente, un consumo quotidiano di calorie pari a 1000-1500. Ciò trasforma la dieta fibre nell’ennesima dieta drasticamente ipocalorica, con tutti i difetti connessi: perdita di tono, abbassamento metabolico, conservazione massa grassa. E come in tutte le diete ipocaloriche i grassi sono criminalizzati, anche quelli dotati di preziose qualità antinfiammatorie. Consumare fibre in elevata quantità è un toccasana per tutti, ma tale pratica deve essere inserita in un regime alimentare completo per poter esercitare i suoi salutari effetti. E’ inoltre raccomandabile, per chi da anni sia abituato a cibi impoveriti di fibra (pasta e pane bianco, cibi animali, cibi stracotti), riabituarsi gradualmente per non creare, nemmeno temporaneamente, indesiderate difficoltà digestive.


Dieta GIFT
 

Descrizione del metodo
L’acronimo significa Gradualità Individualità Flessibilità Tono, e rispecchia alcuni punti chiave del metodo. GIFT è un regime alimentare che non conta le calorie, e consente di mangiare in modo variato, completo ed equilibrato, ripristinando lentamente ma stabilmente il peso ideale attraverso una riduzione della massa grassa in eccesso. I tre cardini della dieta sono il mantenimento della calma insulinica (attraverso una riduzione dei carboidrati ad alto indice glicemico), l’attivazione del metabolismo per attivare il consumo dei grassi, e infine la scelta di cibi sani e non alterati dall’industria come base per la propria salute. DietaGIFT consta di dieci regole pratiche che vanno dalla lunga masticazione al movimento fisico, dalla distribuzione dei pasti (colazione ricca e cena povera) al rifiuto dei cibi spazzatura, dall’abbinamento proteine/carboidrati alla totale libertà nel consumo di frutta e verdura, dall’utilizzo di buone quote di fibra fino alla ricerca di un buon equilibrio psicofisico.

Vantaggi
DietaGIFT è un regime alimentare assolutamente equilibrato, che attraverso l’attivazione del metabolismo (distribuzione dei pasti, aumento del carico proteico, movimento fisico), porta a consumare gli accumuli di massa grassa, impedendo (con la calma insulinica e l’uso abbinato di proteine e carboidrati) che si riformino. Ogni kg perso è un kg di grasso in meno che grava sul nostro organismo. Le sensazioni di benessere sono percepibili fin dalle prime settimane di regime (pantaloni che non “tirano”, sgonfiamento ventrale ecc.). La perdita di peso è lenta – seppur inesorabile – ma una volta iniziato il processo, si dimagrisce fino a ritrovare un nuovo equilibrio e un nuovo benessere. E quel che più conta, lo si fa mangiando con soddisfazione un’ampia varietà di cibi.

Svantaggi
Se vogliamo vederne uno, quello della lentezza nel dimagrimento. Tuttavia la via “lenta” è senza alcun dubbio quella più raccomandabile per preservare la salute anche durante una dieta impegnativa. Il corpo ha bisogno di adattarsi con gradualità alla nuova situazione..

Dieta dei gruppi sanguigni

 Descrizione del metodo
Un naturopata americano, Peter D'Adamo, durante le sue ricerche sui gruppi sanguigni (0, A, B, AB), ha ipotizzato che gli alimenti potessero scatenare nell'organismo reazioni diverse a seconda del gruppo di appartenenza. La sua dieta, dunque, prevede una nutrizione differenziata in funzione del gruppo sanguigno. D’Adamo divide la popolazione in 4 gruppi. Il gruppo 0 è quello originario, dei cacciatori/nomadi la cui alimentazione dovrà essere prevalentemente carnea e priva di cereali. Il gruppo A è invece quello dei primi agricoltori, quindi con aumento dell’apporto in cereali e verdure. Il gruppo B, di origine orientale, richiede invece un’alimentazione più ricca di latticini e di pesce, mentre il gruppo AB, più recente, è una via di mezzo tra i due precedenti e presenta grande adattabilità. Su questa base, secondo l’autore, andrebbero studiati i fabbisogni nutrizionali.

Vantaggi
Se l’ipotesi fosse vera, forse ve ne sarebbe qualcuno, ma l’ipotesi è falsa. L’unico lato positivo può essere quello di spostare un po’ di interesse verso la nostra evoluzione, solitamente dimenticata o trascurata. Chi conosce un minimo di biologia sa che durante la meiosi i cromosomi si separano in modo assolutamente casuale. Dunque il cromosoma che porta (per esempio) il gruppo A, può trovarsi abbinato a cromosomi che caratterizzano l’apparato digerente dell’individuo in una qualsiasi delle modalità possibili al mondo. Ipotizzare dunque che le esigenze nutrizionali di un individuo con sangue che porta anticorpi del gruppo A, siano identiche a tutti i suoi emo-consimili è patentemente campata in aria..

Svantaggi
Indubbiamente il privarsi di alcune categorie di cibi, senza che ve ne sia alcuna necessità. Nessuno morirà di dieta dei gruppi sanguigni, sicuramente, ma è certo che con gli “oroscopi” non si costruisce una corretta coscienza alimentare.

Dieta Kousmine

Descrizione del metodo
La dieta prende il nome dalla dottoressa svizzera di origine russa che la elaborò nei primi decenni del Novecento. Catherine Kousmine considera gli errori alimentari e la progressiva assunzione di sostanze tossiche e inquinanti presenti nell'ambiente una delle principali cause di malattie, favorite da un insufficiente apporto di verdura e frutta fresca e da un abuso di carne e grassi animali. Inoltre ritiene indispensabile mantenere il grado di acidità del sangue, il pH, entro certi limiti. Per questo scopo considera necessaria un'alimentazione ricca di cereali integrali e cibi crudi (come frutta e verdure), altamente alcalinizzanti, riducendo carni e grassi animali che hanno invece, secondo l’autrice, proprietà acidificanti. I quattro pilastri del metodo sono dunque: alimentazione equilibrata, controllo dell’acidità, igiene intestinale (che ottiene anche attraverso periodici enteroclismi) e integrazione vitaminica, evidentemente con un approccio più rivolto alla salute complessiva che al semplice dimagrimento.

Vantaggi
Notevoli. Una dieta ricca in cereali integrali, fibra, frutta e verdura fresca può prevenire molte patologie. Le raccomandazioni di masticazione, e la distribuzione dei pasti con colazione “da re” (budwig) sono altamente condivisibili. 

Svantaggi
Un’alimentazione sana e completa, come quella proposta dalla Kousmine non dovrebbe generare né squilibri acido/base a livello ematico, né tantomeno accumulo di sostanze fermentanti (zuccheri) o putrefattive (proteine) all’interno del tubo digerente. Ci sembra fuori luogo dunque la raccomandazione – all’interno del metodo – di enteroclismi, forse più legati ad una concezione di “pulizia” di inizio secolo, che ad una reale esigenza. Altrettanto fuori luogo (se non rischiosa) ci sembra l’assunzione di citrati per ristabilire la corretta acidità. Una leggera integrazione vitaminica può essere accettabile. Un po’ meno, forse, il tentativo di “correggere” con interventi esterni le solide dinamiche di riequilibrio naturale, presenti nel nostro organismo.

Dieta Macrobiotica

Descrizione del metodo
La dieta macrobiotica è stata creata dal filosofo giapponese George Ohsawa, e ha conosciuto una certa fama negli anni ’60 negli USA, mantenendo comunque, per tutto il resto del secolo, alti livelli di popolarità. La macrobiotica si basa fondamentalmente sull’aspetto yin-yang (gli opposti che si completano) dei vari cibi. I principi di Ohsawa mescolano in modo creativo credenze religiose e indicazioni alimentari. Vengono definiti 7 menu diversi, partendo dal facile fino al più difficile. Quello più facile prevede il 100% di alimentazione con cereali. E già sobbalziamo. Via via vengono introdotte piccole quantità di legumi, fino a un massimo del 30%. Ma un 10% di minestre entra nel menu solo dal menu 3 in giù. Tutti i cibi vengono fritti, secondo una discutibile tradizione orientale. E, incredibilmente, viene prescritta l’astinenza dal bere. Si deve bere il meno possibile, perché l’acqua è yin! Secondo l’autore, con questo sistema, non c’è malattia che non possa essere vinta in soli 10 giorni (motivazione: perché il ricambio del nostro sangue è del 10% al giorno..). 

Vantaggi
L’incredibile e ingiustificato successo che ha avuto la macrobiotica negli anni è stato indubbiamente legato ad alcune prescrizioni di cui il mondo occidentale aveva (ed ha) molto bisogno. In particolare: il rifiuto dei cibi industriali raffinati (zucchero, alimenti colorati o raffinati, cibi conservati), il rifiuto di cibi trattati con concimi chimici o con insetticidi, il rifiuto di cibi provenienti da paesi lontani o fuori stagione, la raccomandazione per una corretta masticazione. E’ grazie alla lettura di queste indicazioni del tutto ragionevoli, che “macrobiotico” è diventato sinonimo di “naturale” e salutare. Evidentemente da parte di chi non ha letto con attenzione (o con competenza medica) gli scritti di Oshawa. 

Svantaggi
Incommensurabili. Un’alimentazione di soli cereali, ancorché integrali, è causa delle patologie più varie. Carenze aminoacidiche multiple, carenze proteiche generali, incapacità riproduttiva, sbalzi insulinici e via elencando. Se l’alimentazione invece viene arricchita da verdure cotte e fritte, le cose possono solo peggiorare, con gravi danni epatici. Per completare il quadro, la prescrizione del “non bere” provocherà complicazioni renali gravi, riduzione dell’escrezione delle tossine, accumulo di urati e tossicosi di vario genere. Una dieta assolutamente pericolosa e da evitare.

Dieta Mayr

Descrizione del metodo
La dieta Mayr è stata definita dal medico austriaco Franz Mayr nei primi anni del ventesimo secolo, ed è stata impostata con lo scopo di curare e prevenire stitichezza e altri problemi intestinali. La salute complessiva dell’individuo è letta da Mayr come una derivata della correttezza del processo digestivo. La strada percorsa passa dunque per una attentissima masticazione dei cibi assunti, e per una scelta quasi maniacale di cibi digeribilissimi e leggeri, fino a che l’apparato digerente non si sia rimesso completamente (poco latte inzuppato nel pane, quantità minime di cibo). Inoltre individua – con largo anticipo sul resto del mondo -  nelle fermentazioni serali e notturne uno dei volani negativi della salute (prodotti di fermentazione interna, cattiva qualità del sonno), tanto da ridurre grandemente l’entità del pasto serale, addirittura eliminandolo negli ultimi anni di pratica ospedaliera.

Vantaggi
Individuare nella cattiva digestione una delle principali cause di tutte le malattie è un’illuminazione che merita il nostro interesse. L’importanza di una corretta e lunga masticazione è ancora oggi incredibilmente sottovalutata. Così come la pratica del pasto serale leggero e digeribile, per ottenere un sonno profondo e ristoratore, in grado di prevenire moltissime patologie. Cent’anni dopo questi dati hanno trovato conferma scientifica attraverso lo studio delle onde del sonno o la comprensione dei meccanismi neurotrasmettitoriale legati alla masticazione. 

Svantaggi
Sposata la teoria, sull’applicazione può esservi qualche dubbio. Oggi la scienza insegna che l’apparato digerente, una volta disintossicato e “fatto respirare”, ha bisogno senza alcun dubbio di essere “tenuto in allenamento” attraverso l’assunzione di molta fibra solubile e insolubile, che stimoli il movimento delle pareti intestinali, faccia secernere un numero adeguato di succhi gastrici e mantenga efficiente il processo. Le cure di Mayr erano più adatte a individui ospedalizzati con lunghe storie disfunzionali alle spalle. Chi non è troppo lontano dalla salute ha certo maggior vantaggio, dopo un primo periodo di pulizia, a utilizzare cibi completi e ricchi di acqua e fibra.

Se l’apparato digerente non impara a lavorare, il costo della prevenzione dei fastidiosi sintomi diventa la cronicizzazione di un’alimentazione “da malati”.

 

Dieta Mediterranea

Descrizione del metodo
Negli ultimi 20 anni il crescente numero degli obesi nell’America del Nord ha fatto ricercare nel mondo aree “felici” dove le malattie “dell’abbondanza” colpiscono con meno intensità. Tra queste, hanno colpito la fantasia il Sud Est asiatico, dove il consumo di pesce e di soia è molto elevato, e l’area mediterranea, per il suo elevato consumo di frutta e verdura fresca, e di oli di oliva. Fin qui, tutto corretto. In Italia, però, si è cavalcata l’onda della dieta “mediterranea” identificandola (invece che con la frutta, la verdura, l’aglio e gli oli crudi) con la pasta e il pane, il cui esagerato consumo è invece altrettanto pericoloso del consumo di grassi saturi, di carni e di cibi conservati.

Il vero problema delle cento diete “mediterranee” di cui si sente parlare in giro (dieta “Italiana”, dieta “del mediterraneo” ecc.) è che nessuna è in accordo con l’altra, ovvero quando si parla di dieta mediterranea in generale, un vero metodo definito con precisione non esiste.

Vantaggi
La dieta mediterranea, in una qualsiasi delle sue cento varianti, predilige a grandi linee il consumo di buone quantità di frutta e verdura fresca. Favorisce inoltre il consumo di olio di oliva extravergine (le cui qualità antinfiammatorie e di protezione cardiovascolare sono note). In generale viene suggerito un uso limitato di burro e di grassi in genere, così come delle carni, la cui presenza deve essere occasionale. Queste indicazioni generali, seppur limitate, sono senza dubbio corrette. Tuttavia nulla viene detto sul possibile effetto di carico glicemico legato ai farinacei (pane, pasta, dolci), così che sorge il dubbio sul come questa dieta possa essere considerata tale.

Svantaggi
Come sopra accennato, la più o meno completa libertà nell’assunzione di carboidrati come pane e pasta, senza alcuna indicazione relativamente all’uso di farine integrali (invece dominanti nella abitudine alimentare del passato), comporta un carico glicemico per singolo pasto che spesso è veramente eccessivo. Tale alimentazione apre le porte all’azione dell’insulina con i noti effetti collaterali di ingrassamento indesiderato e di fame compulsiva da ipoglicemia reattiva. D’altra parte, se i ricercatori USA hanno voluto lanciare questa moda pensando a qualche villaggio sperduto di pescatori greci, ben diverso sarebbe stato il loro colpo d’occhio ad un raduno di cinquantenni di una qualsiasi città del Sud dell’Italia. A dimostrazione del fatto che la “variante italiana” della dieta mediterranea, tra le cento, non è certo quella da seguire.

 

Dieta metabolica

Descrizione del metodo
Lo studio dei diversi “tipi metabolici” ai fini del dimagrimento è stato analizzato negli anni ’50 dal biochimico americano George Watson, che definì le caratteristiche degli individui con metabolismo lento (ipoossidatori), veloce (iperossidatori) o normale. In Italia ha recentemente ripreso i suoi studi, integrandoli, il Dr. Marcello Mandatori, che ha impostato un regime dietetico mirato a questi tre tipi metabolici. Chi ha metabolismo lento, secondo l’autore, dovrà preferire cereali non integrali (?) e legumi a cena, ed escludere verdure ricche di purine (asparagi, spinaci, cavolfiori). Chi ce l’ha veloce deve invece mangiare cereali integrali, insaccati, selvaggina, formaggi stagionati, margarina, verdure ricche di purine. Il neutro è una via di mezzo, e deve quindi seguire i consigli del lento in primavera-estate e del veloce in autunno-inverno. Per stabilire l’appartenenza all’uno o all’altro tipo occorre rispondere a un piccolo test o effettuare un test di sensibilità agli odori.

Vantaggi
Uno studio dei pazienti di tipo individualizzato, con una certa attenzione alle caratteristiche metaboliche, è certo auspicabile da parte di ogni dietologo. Certo sarebbe più completo un esame individuale che tenesse conto delle caratteristiche ormonali (tiroidee, ipofisarie, delle gonadi), ma anche enzimatiche e biochimiche, non certo riducibili a tre (in realtà due) tipi limite.

Svantaggi
Come detto sopra, una divisione del “mondo” in due categorie rischia di essere fortemente riduttiva, togliendoci armi terapeutiche, invece di darcene. Inoltre appare del tutto arbitraria, la scelta dei cibi da dare all’uno o all’altro tipo metabolico (molto discutibile la scelta di cibi raffinati e di margarine). Non si tiene conto, infatti, che un’accelerazione metabolica è senza dubbio salutare per la maggior parte dei pazienti (Mandatori infatti afferma che i “lenti” sono il 65% del totale), e che tale accelerazione può essere raggiunta senza grandi difficoltà con una diversa distribuzione dei pasti (colazione ricca) e attraverso il movimento fisico. Non è certo con colazioni a calorie zero, come quelle suggerite ai metabolizzatori lenti dall’autore, che il metabolismo si risveglierà.

Dieta monocibo

 Descrizione del metodo
Le diete cosiddette “monocibo” vanno di gran moda nelle riviste femminili, e promettono solitamente rapidi dimagrimenti pre-estivi in pochi giorni o poche settimane, anche a chi non abbia alcuna competenza o cultura di tipo alimentare, data la facilissima applicazione. Il principio è semplice: si può mangiare illimitatamente, fino a sazietà, ma di un solo cibo (di solito scelto tra quelli che vantano proprietà dimagranti). Esiste così la dieta del pompelmo, quella dell’ananas, quella dell’uva, quella dello yogurt, quella del minestrone e così via. Il concetto è di una semplicità disarmante: quanto ne vuoi, purché solo di quello. Varianti meno moleste prevedono una categoria di cibi invece che un solo cibo (latte/latticini, solo frutta ecc.).

Vantaggi
Se una dieta di sola frutta dura due giorni (o due giorni alla settimana) può rappresentare un salutare momento di disintossicazione rispetto ad una quotidianità alimentarmene scorretta. Chi segua un regime già equilibrato non ha alcun bisogno di questo genere di “punizioni”. Il temporaneo calo di peso è legato al meccanismo naturale (e salutare) di rifiuto e di autodifesa nei confronti di alcune sostanze presenti nel cibo prescelto (qualunque sia) che arrivano a livelli tossici per il nostro organismo. Spontaneamente “non se ne può più” e si mangia poco, trasformando così la dieta i una qualsiasi dieta ipocalorica (ma squilibratissima).

Svantaggi
Infiniti. Nutrirsi per un’intera settimana, o talvolta anche più, con un solo tipo di alimento, genera risposte organiche di intolleranza verso l’alimento stesso, che potranno poi trascinarsi per anni con sintomatologie subdole o di difficile riconoscimento. Inoltre un solo alimento, per quanto sano, non fornisce mai un ventaglio di nutrienti idoneo a soddisfare completamente le esigenze del nostro organismo. Una dieta monocibo, dunque, genera in noi carenze nutritive più o meno gravi, con le quali faremo presto i conti. L’assenza (frequente) di proteine e di grassi in questi regimi “da rivista”, favorisce poi spesso l’innalzamento della glicemia, con generazione di picchi insulinici e relativo ingrassamento. Se poi si prosegue fino alla fase ipocalorica (quando del cibo assunto non se ne può davvero più) si subiscono anche gli indesiderati effetti di un rallentamento metabolico. Solo chi non abbia a cuore la propria salute può convincersi a seguire un regime così squilibrato.

 

Metodo Montignac

Descrizione del metodo
Commentare il metodo di Michel Montignac, poliedrico ex-ristoratore francese convertito al nutrizionismo, non è facile. I suoi libri, che hanno avuto una buona diffusione a partire dal 1987 quando uscì “Io mangio, quindi dimagrisco”, hanno continuato a rimaneggiare e perfezionare il metodo così da rendere poco affini gli ultimi testi rispetto ai primi. Il metodo Montignac si basa sul concetto che sia possibile dimagrire attraverso la scelta di cibi sani, mangiando normalmente. Nelle ultime edizioni l’autore batte molto sul tasto dell’iperinsulinismo come causa primaria di ingrassamento (dato corretto). L’applicazione è però un po’ più farraginosa. Si parte da una “fase 1” in cui sono vietati moltissimi cibi. Lo zucchero viene (discutibilmente!) sostituito con edulcoranti artificiali. Il pasto viene costruito con due alternative: proteico-lipidico (carne e pesce con insalata o verdure) oppure glucidico-proteico (nessun grasso saturo e glucidi con indice glicemico inferiore a 50). Per capire quali carboidrati utilizzare viene indicato il calcolo (assolutamente complesso) della “risultante glicemica”, inaccessibile al comune mortale. Viene inoltre vietato il formaggio, perché contenente un non meglio chiarito “fattore di crescita” e invece viene consigliato il vino (non più di 3 bicchieri al giorno). Meglio la frutta cotta, perché “non fermenta” rispetto a quella fresca. Dopo due-tre mesi si può passare alla fase 2 (mantenimento). Ma se si riacquista peso occorre star pronti a fare marcia indietro. Insomma: un insieme di regole di difficile applicazione e non spiegate dal punto di vista scientifico, per rispettare il messaggio del “se mangi bene (alla francese) magari dimagrisci anche”.

Vantaggi
Molti pensano al metodo Montignac affiancandolo al concetto di “indice glicemico”. Come detto sopra, in realtà la sua “risultante glicemica” è frutto di un calcolo molto più complesso e di difficile applicazione, ma il metodo ha riattivato l’interesse su questo importante valore indispensabile per chiunque lavori in campo dietologico. Nell’immaginario collettivo il metodo consente alla gente di mangiare cioccolato (amaro) e di bere champagne, aspettandosi di continuare a dimagrire. E forse questo aspetto ha stimolato il suo successo. Per il resto l’unico lato positivo è l’attenzione verso un miglior controllo dei picchi insulinici attraverso cibi a basso indice glicemico. Montignac ne parla come se fosse una scoperta sua (e infatti alcuni sprovveduti riportano questa sciocchezza), quando l’indice glicemico è stato introdotto da Jenkins e colleghi a livello di studio clinico fin dal 1981. 

Svantaggi
Ciò che più colpisce nel metodo Montignac è l’assoluta improvvisazione scientifica. Decine di termini sono usati scorrettamente (speriamo che sia anche colpa del traduttore..) e speriamo che il suo prossimo libro (pubblicato da Tecniche Nuove) sappia mitigare e armonizzare questo aspetto: nei suoi libri si parla di polipoli (un tipo di zuccheri?), di acido aspertico, di aspartane, di polipenoli, di Alzhaimer, di cubetti di formaggio che “fermano il piloro”, di  lieviti ricchi di cromi, di litogenesi, di lipolise, di acidi grassi “astrogeni” (?), di grassi che vengono “pompati” nel glicogeno muscolare…(per gli inesperti: sono veri strafalcioni scientifici!) e qui ci fermiamo. Montignac commette infine un errore nel dire che l’equilibrio tra nutrienti deve essere calcolato “nella giornata”. Dopo lunghe pagine di discussioni sulla calma insulinica, è insensato supporre che l’insulina decida se intervenire o meno prima di andare a dormire: i nostri cromosomi non sanno cosa succederà alla sera quando mangiano al mattino! E’ inoltre manifestamente errata la sua considerazione sul fatto che Homo erectus vivesse di “prodotti agricoli”: un’affermazione che farebbe rabbrividire qualunque studioso (anche principiante) di evoluzione umana. I prodotti agricoli nascono col neolitico, 8-10.000 anni fa mentre Homo erectus gironzolava sulla terra da almeno 800.000 anni!
In definitiva: molte indicazioni “alla moda”, pescate qua e là, partendo dal concetto di indice glicemico ma con scarse motivazioni scientifiche. Se i suoi libri hanno venduto milioni di copie, c’è veramente tanto, tanto ancora da fare.

Dieta Ovvia

Descrizione del metodo
La dieta ovvia è un parto editoriale. Il suo inventore è il noto agente letterario londinese Ed Victor, noto per essere secondo in Inghilterra nell’elenco dei “più invitati” ospiti alle cene di gala locali. Il nome probabilmente nasce dalla ovvietà dei consigli forniti: ciascuno sa quali cibi fanno ingrassare e quali no, la gente osserva le regole che si crea da sé, bisogna adottare ciò che più ci piace di ogni diverso programma dietetico, tracciate la vostra piramide alimentare personale, ciò che comprate deve avere sapore, bevete almeno sei bicchieri di acqua al giorno, mangiate tanta frutta e verdura, si perde peso solo assumendo meno calorie di quante se ne consumino, non mischiate proteine e carboidrati nello stesso pasto… e via ovviando e asportando perle di “saggezza” da mille diete diverse. Un metodo non-metodo, insomma, che non aveva certo bisogno di essere stampato in tante copie. Certo è che se sull’argomento decide di scrivere il più importante agente letterario londinese, tutti in ascolto! Il prossimo? Sui coleotteri, o sulle abitudini sessuali dei calciatori?

Vantaggi
Ovviamente nessuno. Se a qualcuno piacesse aderire al principio di usare tanti carboidrati e pochi grassi, unendolo (come suggerisce l’autore) a quello di un’altra dieta che suggerisce l’opposto (tante proteine e grassi ma zero carboidrati) potrebbe mangiare tanto di tutto! Se poi ingrassa, mandi pure il conto del dietologo a Ed Victor. In compenso leggendo il libro si impara come dire no gentilmente ad una coppa di champagne ad un ricevimento, o a buttar via la pizzetta senza dare nell’occhio.

Svantaggi
Numerosi ed imprevedibili. Non maggiori, comunque rispetto a quelli di chi non segua alcun regime alimentare. Come in tutti i libri di diete privi di basi scientifiche, tuttavia, le leggerezze non si contano. Viene suggerito l’utilizzo di pasti dissociati (o solo proteine o solo carboidrati: in quest’ultimo caso con un dannoso effetto sulla secrezione di insulina), e quando parla di intolleranze, Victor suggerisce l’astensione completa dal cibo incriminato per un lungo periodo: pratica pericolosa e in grado di provocare anche shock anafilattici. La domanda è: vi fareste cavare un dente dal vostro gommista? Se cercate una dieta andate da un dietologo, e non da un agente letterario.

Dieta Pritikin

Descrizione del metodo
A metà del secolo scorso Nathan Pritikin cercava un sistema per migliorare la sua situazione cardiovascolare parzialmente compromessa. Insoddisfatto dalle risposte dei medici decise di fare da solo, inventando il “programma Pritikin”. Da un punto di vista nutrizionale la dieta Pritikin è prevalentemente vegetariana, e incoraggia il consumo di considerevoli quantità di carboidrati complessi quali pane, pasta e riso integrali, frutta e verdura. Sono invece esclusi dalla dieta alimenti d'origine animale quali carne, pesce, uova e formaggi grassi. Anche il sale e i condimenti di qualsiasi genere sono vietati. Quella che ne deriva è una dieta molto ricca in carboidrati, moderatamente povera in proteine (specie quelle animali) ed estremamente povera di grassi.

Anche l’esercizio fisico (45’ di camminata al giorno) contribuisce alla buona riuscita del programma, così come praticato nei “Pritikin Longevity Centers”. 

Vantaggi
Unire attività fisica al consumo di cibi vegetali freschi è senza alcun dubbio un’ottima strada da percorrere per chi abbia problemi di tipo cardiovascolare.

Svantaggi
Il rifiuto del consumo non solo di carni, ma anche di qualsiasi proteina di origine animale, come nelle diete vegane strette, comporta gravi problemi nutrizionali. In particolare l’utilizzo di pasti a base di soli carboidrati può innalzare la glicemia in modo sconveniente, richiedendo l’uso massiccio di insulina per contrastarla. Inoltre la carenza di proteine animali (oltre alle quantità troppo basse di ferro-eme indispensabile per l’emoglobina) può portare ad una inefficiente attività enzimatica, recettoriale o di anabolismo muscolare, con tutti i problemi annessi e connessi. Pritikin teorizzò il non-consumo dei grassi, seguito negli USA per decenni con risultati disastrosi quando alla riduzione dei grassi si accompagnava (come ovvio) un aumento della quota di carboidrati giornaliera. Per fortuna, a 50 anni di distanza, si sta facendo marcia indietro. Meglio tardi che mai.

Dieta Progressiva

Descrizione del metodo
La dieta progressiva (o “metodo progressivo”) è stata sviluppata in anni recenti dal medico siciliano Michele D’Antoni, che ha cercato una soluzione al continuo fallimento delle diete ipocaloriche. Poiché abbassando il numero di calorie assunte da un paziente, inevitabilmente si ha – assieme ad un primo dimagrimento – un forte rallentamento metabolico a cui seguiva un successivo ingrassamento, l’autore ha cercato una via per ovviare a questo problema. La soluzione proposta riduce con gradualità le calorie assunte da chi deve dimagrire, passando gradualmente (ad esempio) da 2000 kcal fino a 800 kcal/giorno, finché si ottiene un dimagrimento. Poi, raggiunto il peso ideale, si deve risalire con altrettanta gradualità, a 1000, poi 1200 e così via fino alle 200 kcal originarie. In questo modo – dice l’autore – non si avrà recupero di peso indesiderato. Nella composizione dei menu viene in ogni caso scelta la (discutibile) via della forte riduzione dei grassi a favore di un maggiore apporto di carboidrati, come nella fallimentare campagna USA degli anni ’80. In ogni caso, l’autore promette – in copertina – la perdita di 15 kg in due soli mesi.

Vantaggi
L’attenzione all’aspetto metabolico del dimagrimento è un fatto positivo, spesso colpevolmente trascurato da molti dietologi che – dopo avere fatto perdere ai propri pazienti solo acqua e massa magra, lasciandoli con ritmi metabolici drasticamente rallentati – si dimenticano di  graduare il ritorno alla normalità, provocando un reingrassamento veloce, tristemente noto come effetto “yo-yo”. Una dieta ipocalorica, anche se graduata, comporta comunque sempre un effetto più o meno lungo di stasi metabolica, con tutte le conseguenze negative sulle risposte naturali dell’organismo. 

Svantaggi
Il più grave è quello del forte calo metabolico (quando si tratta con 800 kcal un organismo che ne richiederebbe 2000). A un calo di quella portata corrisponde un rallentamento di tutte le funzioni immunitarie, della detossificazione, delle attività epatiche e renali, dell’attività della milza nel controllo delle cellule difettose. Un rischio che certo non vale la pena di correre quando con diete bilanciate è possibile perdere peso (forse più lentamente) in modo del tutto naturale. Con una dieta ipocalorica il peso si perde sempre per eliminazione prevalente di liquidi e di massa magra. Non appena la dieta si interrompe, il corpo ripristina in toto la situazione precedente. Talvolta con gli interessi.

Dieta Punti

Descrizione del metodo
La dieta-punti è stata inventata da un dietologo italiano (il Dr. Guido Razzoli) alla fine degli anni ’70, e si basa sul principio di associare ai diversi alimenti un particolare punteggio. Ogni giorno si ha a disposizione un determinato numero di punti (da 40 a 60), ed è compito della persona a dieta fare in modo di non superare il tetto massimo concesso. L’assegnazione del punteggio, tuttavia, non è in relazione con il semplice contenuto calorico dei cibi, quanto piuttosto con il contenuto in carboidrati e con la facilità di assimilazione dei carboidrati stessi. Per fare un esempio, la maggior parte delle carni ha valore 0 o 1, i grassi (olio o burro) hanno anch’essi valore 0 o 1, mentre 25 g di cracker valgono 18 punti e 50 g di cioccolato al latte ben 27 punti. Questo significa che, per poter mangiare qualcosa, è necessaria una forte riduzione del consumo di qualunque carboidrato, frutta e verdura comprese. In questo sta il trucco (geniale) del metodo, ma anche la sua debolezza. 

Vantaggi
Il vantaggio maggiore è la possibilità di controllare la propria alimentazione senza contare le calorie. Il calcolo dei punti però non è sempre così facile, sia quando si faccia uso di piatti pronti (sughi, specialità) sia quando si preparino in casa ricette varie. Indubbiamente la dieta-punti costringe colui che sta a dieta a rinunciare alla maggior parte dei carboidrati (con ottenimento di una relativa calma insulinica), grazie al punteggio assegnato con grande cura ai vari cibi. Talvolta senza nemmeno accorgersene.

Svantaggi
Il difetto più grande di questo metodo ci sembra l’eccessiva assunzione di proteine come fonte alimentare. Eliminando tutti o quasi i carboidrati dalla dieta, l’organismo trarrà la sua energia dalle proteine stesse, impegnando fegato e reni in una continuo processo di eliminazione dell’azoto.

Inoltre il metodo non presta alcuna apparente attenzione alla qualità dei cibi utilizzati, mettendo alla pari insaccati, carne in scatola, conserve, con cibi freschi, ed assegnando valori molto penalizzanti a frutta e verdura. Il suo suggerimento è di fare uso di edulcoranti artificiali in sostituzione dello zucchero, e di margarina in sostituzione dei grassi saturi. Consigli che non ci sentiamo in alcun modo di condividere.

 

Dieta Scarsdale

Descrizione del metodo
La dieta Scarsdale è stata inventata dal cardiologo americano Herman Tarnover negli anni ‘70, e promette la perdita di 10 kg in sole due settimane, il che già dovrebbe dirla lunga sulla sua pericolosità. Si tratta di un regime ipocalorico e iperproteico, che prevede una fortissima riduzione dell’apporto di carboidrati (la quantità di proteine arriva addirittura al 43% del totale dei nutrienti assunti), e un’eliminazione quasi totale dei grassi aggiunti.

La prima fase dura due settimane (di più non potrebbe durare senza compromettere la salute di chi la segue): si assumono solo 1000 kcal distribuite tra proteine (43%), grassi (22,5%) e carboidrati (34,5%). Inoltre grandi quantità di tè, caffè (senza zucchero) e acqua devono essere assunti durante la giornata. La seconda fase (mantenimento) può avere durata variabile in base alle proprie esigenze e prevede la scelta degli alimenti in base a diversi criteri: è caratterizzata comunque dallo scarso apporto di zuccheri. Sono vietati, infatti, dolci, amidi, legumi (tranne la soia), latticini, carni e condimenti grassi.  I 14 giorni di “inferno” devono essere ripresi quando si constata di essere cresciuti di altri 2 kg, e ciò fa capire come una dieta squilibrante non porti mai a risultati stabili e duraturi.

Vantaggi
E’ una dieta fortemente squilibrante, che può essere indicata solo per correggere situazioni gravi di pazienti in attesa di intervento chirurgico, in forte sovrappeso (e infatti è nata per questo scopo). Che sia usata correntemente da molte persone per “tamponare” mangiate esagerate o periodi di festa in cui si è ecceduto con il cibo, è assolutamente inaccettabile.

Svantaggi
E' una dieta fortemente ipocalorica e iperproteica. Ciò significa che l’organismo abbassa in modo grave il suo metabolismo, con rallentamento di tutte le sue funzioni vitali. L’effetto però è mentalmente compensato dall’attività antifame e termogenetica di una così elevata quantità di proteine assunta. Fegato e reni devono sottoporsi ad un superlavoro inaccettabile, e se i 14 giorni di dieta rigida vengono ripetuti troppo spesso, possono anche instaurarsi danni permanenti, uricemia e altri sintomi da autointossicazione alimentare. Se a tutto questo si aggiungono le carenze nutritive in termini di carboidrati, sali, vitamine e fibre, si capisce perché nessun medico dotato di buon senso possa a cuor leggero consigliare questo tipo di dieta.

 

Dieta South Beach

Descrizione del metodo
La dieta di South Beach è stata elaborata in anni recenti dal cardiologo americano Arthur Agatston, noto per le sue ricerche nel campo della calcificazione coronarica. La dieta ha avuto una certa diffusione in USA nel ’99 grazie ad un programma televisivo di una TV di Miami, che seguì nel tempo i progressi di alcuni volontari sottoposti alla dieta.
La dieta si divide in due fasi. La prima, della durata di 15 gg, promette un calo di 4-6 kg. In questa fase vengono drasticamente proibiti tutti i carboidrati, da qualunque fonte provengano. Ciò significa che vengono vietati non solo pane, pasta, riso e legumi, ma anche frutta e verdura freschi o cotti. Nella fase due, invece, i carboidrati vengono gradualmente reintrodotti, con una certa attenzione nel privilegiare quelli a più basso indice glicemico. 

Vantaggi
La dieta orienta, come molte ormai, al consumo di cibi a basso indice glicemico, intervenendo sui meccanismi di ingrassamento legati all’eccesso di produzione di insulina. Al di là di questo, tuttavia, non sembra dare molte altre indicazioni su elementi collaterali importanti (quantità di fibra, salubrità del cibo, uso di margarina, conservanti/edulcoranti ecc.). L’autore confessa di fare uso di “ben poche medicine”. Ogni giorno solo un’aspirina e una statina… (sic!). 

Svantaggi
Numerosi sono gli svantaggi dal punto di vista della salute. In primo luogo (se fosse vero) la perdita di 6 kg in due settimane è un valore molto elevato, che può mettere a rischio la salute di chi la segua. Più importante ancora, però, è il divieto assoluto per 15 giorni dell’assunzione di carboidrati di qualunque tipo. Il metabolismo di chi segua rigorosamente la dieta, infatti, viene ad essere così completamente alterato, e il corpo si trova ad usare aminoacidi come fonte energetica, con gravi rischi di intossicazione renale e di innalzamento dei valori transaminasici per liberarsi dei residui azotati prodotti. Per non parlare delle gravi carenze vitaminiche e di fibra che possono essere indotte in chi rifiuti frutta e verdura per 15 giorni consecutivi! Per essere una dieta studiata da un noto cardiologo, forse ci si poteva aspettare qualcosa di più.

D’altra parte, che l’intento fosse più commerciale che scientifico, lo si poteva dedurre dalla grande scritta “pancia piatta da subito” che campeggia sulla copertina dell’edizione italiana del libro.

 

Dieta Vegetariana 

Descrizione del metodo
La dieta vegetariana assume molte varianti a seconda di come viene interpretata e applicata. Le motivazioni di fondo sono di tipo etico, e tendono ad escludere dall’alimentazione quotidiana tutti i cibi che richiedano l’uccisione di un animale. La variante vegana esclude dalla dieta anche tutti i cibi di provenienza animale, ovvero anche latte, uova, formaggi, miele. Tuttavia ci sono vegetariani o vegani che accettano di consumare il pesce. Altri che accettano prosciutto ed affettati, con una certa confusione che fa pensare che talvolta la scelta possa avere altre motivazioni diverse da quella etica (dal semplice non gradimento del cibo animale, fino a turbe comportamentali di tipo anoressico). Il confine, infatti, tra animale e vegetale è spesso incerto. I lieviti sono vivi? Li si uccide? Il pane e la birra sono dunque prodotti animali? E i protozoi?

Vantaggi
Senza dubbio limitare il consumo di carni rosse e dei grassi saturi ad esse correlati è salutare in un mondo occidentale che spesso abusa di questo consumo. Ricerche cliniche hanno correlato l’abuso di carni rosse con l’insorgere di malattie cardiovascolari e recentemente con vari tipi di tumore. Se questi siano però legati alla carne in sé, o piuttosto ai grassi saturi, ai prodotti di cottura o agli anabolizzanti aggiunti da allevatori disonesti (o esteri, dove ciò è consentito), non è dato sapere. Inoltre, togliendo le carni, di solito sale il consumo di frutta, verdura e legumi con aumento nella dieta di vitamine, acqua, fibra. Ciò però è legato alle abitudini alimentari più o meno sane di ciascuno, e non è specificamente prescritto dal regime vegetariano. 

Svantaggi
Chi si nutre anche di latte, formaggi, uova, e lo fa nelle quantità corrette, non ha alcun problema nutrizionale nel fare a meno delle carni. Tuttavia la limitazione nella scelta spesso fa sì che la quantità di proteine assunta sia troppo bassa rispetto ai fabbisogni. Un eccesso di carboidrati nella dieta (soprattutto se ad alto indice glicemico come pane, pasta, patate) può portare a sovrappeso e a svariate complicazioni. Un po’ più grave può invece essere la carenza di ferro in forma eme, che si trova solo nelle carni, insieme a svariati fattori di crescita e vitaminici (vit. B12, fattore intrinseco, carnosina) di cui il vegetariano è spesso in difetto, e che richiedono correzioni farmacologiche nel lungo periodo.

 

Dieta Volumetrica 

Descrizione del metodo
La dieta volumetrica è stata definita recentemente negli USA da Barbara Rolls e Robert Barnett con la collaborazione dell’Eating lab della Pennsylvania, ma è stata poi ripresa da altri autori in Italia e altrove con variazioni minime. Il concetto di fondo delle diete volumetriche è la capacità saziante di un cibo rispetto all’altro. A parità di calorie, un cibo sazia e l’altro lascia inalterata la fame. Un piatto di minestrone di verdure contiene tante calorie quanto un pezzettino di torta alla crema, ma il primo sazierà l’appetito, il secondo no. Stesso rapporto tra una bella macedonia e un pezzo di cioccolato. Secondo gli autori per dimagrire occorre comunque controllare le calorie e fare del movimento. Ma se le calorie si controllano con cibi poco sazianti, si resta affamati e ci si deprime. Se lo si fa con cibi ricchi naturalmente di acqua e fibra (frutta, verdura, latticini) la fame passa.

Vantaggi
La dieta volumetrica spinge a consumare con abbondanza frutta, verdura, legumi, minestroni, e insomma tutti i cibi con basso indice glicemico e alto potere saziante. In questo modo chi si sottopone alla dieta può solo avere vantaggi da un regime alimentare che elimina i cibi più dannosi dal punto di vista dell’innalzamento glicemico, e aggiunge fibra alla nostra alimentazione.

Svantaggi
Come tutte le diete che insistono su un solo aspetto dell’alimentazione, chi segua una dieta volumetrica seguirà prevalentemente quel tipo di indicazione trascurandone altre, altrettanto importanti. Per esempio se il pasto comprendesse solo carboidrati (es. minestrone con pane e verdure cotte) potrebbe innalzarsi la glicemia richiamando insulina. Altrettanto potrebbe dirsi di un pasto solo proteico, seppur con cibi ad alto potere saziante. L’assunzione di proteine in eccesso potrebbe affaticare fegato e reni. L’attenzione alla volumetria dei cibi e al loro potere saziante può invece essere un ottimo ingrediente aggiuntivo ad una dieta più completa.

 

Dieta a Zona 

Descrizione del metodo
La dieta zona è stata lanciata da Barry Sears negli USA nel 1995, ed ha riscosso negli anni successivi un notevole successo commerciale. Il metodo si basa su un controllo degli equilibri ormonali dell’organismo attraverso le scelte alimentari. In particolare sul controllo dei picchi insulinici attraverso l’eliminazione dei cibi con indice glicemico troppo elevato (cioè in grado di fare salire la glicemia rapidamente), e sul controllo degli aspetti infiammatori generali attraverso un’integrazione con acidi grassi insaturi (omega 3 e omega 6). Alla base del metodo vi è l’indicazione quantitativa precisa di consumare cinque pasti al giorno, mantenendo il rapporto tra le calorie apportate da carboidrati, proteine e grassi nella percentuale del 40-30-30.

Questa la teoria. Nella pratica la dieta a zona è una rigorosa dieta di tipo ipocalorico, che – pur nel rispetto dei criteri suddetti e del 40-30-30 (che ha fatto dire scorrettamente ad alcuni che la dieta zona è iperproteica) – fornisce, attraverso il sistema dei “blocchi” e “blocchetti”, una quantità di calorie pari a circa la metà di quanto raccomandato dall’OMS per persone di pari peso e altezza. 

Vantaggi
La dieta è nata come strumento di prevenzione per persone gravemente compromesse dal punto di vista cardiovascolare. L’incremento nel consumo di frutta e verdura (e quindi di fibra) considerati tra i pochi carboidrati “favorevoli”, abbinato alla drastica riduzione delle calorie ingerite (ma con l’effetto fame parzialmente coperto dall’abbinamento proteine-carboidrati e dall’abbattimento dei picchi insulinici) ha effettivamente consentito ad alcune persone in grave sovrappeso di perdere molti kg. Chi ha invece cercato di perdere peso partendo da una condizione più normale (magari con solo un lieve sovrappeso, o svolgendo attività sportiva), si è trovato in una situazione di insufficiente apporto calorico, con tutte le conseguenze prevedibili. Il calo di peso, cioè, non ha corrisposto ad una perdita di massa grassa, ma ha fatto perdere solo liquidi e massa magra, come qualunque altra dieta ipocalorica.

Svantaggi
Come già accennato, l’imposizione di una drastica dieta ipocalorica (i volantini distribuiti in farmacia parlano di 11 “blocchi” per una donna sedentaria alta 165 cm. Poiché ogni blocco è di 91 kcal, significa che quella donna deve vivere con 1000 kcal/giorno), comporta un immediato rallentamento metabolico. Il dimagrimento che si ottiene, quindi, non è mai ottenuto a spese del grasso corporeo, quanto piuttosto a spese dei tessuti muscolari e dei liquidi. Cosicché ad un primo promettente inizio, segue una fase di catabolismo muscolare e di stanchezza, seguita abbastanza presto dal recupero dei kg persi, come in qualsiasi altra rigida dieta ipocalorica.

La dieta zona inoltre sconsiglia cibi del tutto sani come le uova o le carote con motivazioni molto discutibili.

Per fortuna di molti il metodo dei “blocchetti” è piuttosto noioso e dunque molte persone applicano una zona “addomesticata” in cui vengono rispettati i criteri qualitativi ma non quelli quantitativi, godendo così dei vantaggi del metodo senza patirne tutti gli svantaggi correlati.

 

 

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